HomeUltima OraMacron a Damasco e il 'makeup' della Siria, parla la politologa

Macron a Damasco e il ‘makeup’ della Siria, parla la politologa

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Damasco “gioca una partita molto interessante”. La Siria del dopo-Assad si presenta con “un forte makeup” e “vuole dare l’impressione di essere un Paese stabilizzato quando in realtà ci sono tutte le fratture” del passato, evidenti al momento della “prova fondamentale” per la nuova leadership “in una regione messa a ferro e fuoco in cui ci sono forze esterne che tirano da una parte e dall’altra”. Parla così con l’Adnkronos Alessia Melcangi, politologa, professoressa di Storia del Medio Oriente all’università La Sapienza di Roma, nel giorno della visita a Damasco del presidente francese Emmanuel Macron, primo leader occidentale a recarsi nel Paese arabo dalla fine dell’era Assad, nel dicembre del 2024.

Nella Siria di oggi “ci sono – rileva Melcangi – tutte le fratture” che per anni Bashar al-Assad “aveva tenuto sotto controllo”, almeno fino all’inizio della guerra civile, andata avanti per oltre 13 anni, esplosa dopo inedite proteste antigovernative presto sfociate in una lunga e sanguinosa repressione. Con la guerra civile, prosegue nella sua analisi, “molte cose sono deflagrate e altre sono rimaste sotto traccia” e poi “con la caduta di Assad è tornato tutto in superficie”. La Siria, ricorda, “nasce già come Paese diviso tra minoranze religiose, minoranze settarie di vario tipo” e oggi il leader siriano Ahmed al-Sharaa “si trova nelle condizioni di dare all’Occidente l’idea di essere bravo, di tenere tutto sotto controllo, ma continuano a verificarsi episodi di violenza”.

Melcangi cita la “minoranza alawita”, quella della dinastia Assad, “messa sotto scacco dall’arrivo di al-Sharaa“, una minoranza che, rappresentando la vecchia guardia, non ha più potere ed è stata anche perseguitata”. E “minoranze dell’Is ancora attive”. Il “fragilissimo accordo con i curdi del nordest”, per i quali resta il nodo dell’integrazione. E la minoranza cristiana. Oltre a “forze interne legate a vari gruppi settari, minoritari”. Tutto in un Paese in cui sono necessari fiumi di dollari per la ricostruzione e in cui al-Sharaa “si dice presidente di tutti, ma è un ex di Jabhat al-Nusra, un ex qaedista”.

Resta il protagonista dalla fine del 2024, da quando in pochi giorni Hayat Tahrir al-Sham (Hts, che ‘deriva’ da al-Qaeda, ma che aveva rinnegato l’organizzazione) e fazioni armate alleate portarono avanti una rapida avanzata, partita dal nord della Siria. Nato in Arabia Saudita, con un passato da jihadista, da ‘Abu Mohammed al-Jawlani‘ come numero uno di Hts, afferma di aver rotto con l’estremismo e vuole confermarlo con il ‘restyling‘ di cui molto si è parlato. Così “Damasco sta giocando una partita molto interessante”, con al-Sharaa che si presenta “aperto a più voci, pronto a intervenire nella battaglia contro l’Is“, evidenzia Melcangi. Donald Trump, che lo ha ricevuto nei mesi scorsi alla Casa Bianca, ha detto più di recente di aver “suggerito a Israele sia la Siria a occuparsi di Hezbollah” in Libano.

La visita di Macron, “storica” per Damasco, è stata segnata dall’esplosione di due ordigni, con un bilancio ufficiale che parla di almeno 18 feriti, tra i quali quattro poliziotti. Dalla fine del 2024 il Paese arabo non è stato risparmiato da attacchi. E quello di stamani “è probabilmente – dice Melcangi – un atto dimostrativo”. Il pensiero corre a “chi non vuole una Siria stabilizzata”. “Potrebbero non volerla gli alawiti perché erano loro a governare in passato, ma sono molto pochi – osserva – Non la vogliono i drusi”. C’è poi il ‘fattoreIsraele, “che spinge ancora nelle Alture del Golan“, che “vuole avere uno spazio sicuro”, che “vuole allargare la fascia di sicurezza che sta creando nel vicino Libano“, dove proseguono le operazioni contro gli Hezbollah, e che “quindi spinge sul governo di Damasco“.

In questo quadro, segnala Melcangi, “molti vedono la possibilità che l’Is possa ricomporsi e in questa instabilità generale riprendere forza”. “E’ possibile in una situazione di caos generale dell’area che organizzazioni del genere trovino poi modo di giocare su questo – osserva – Ma è anche vero che al-Sharaa ha dato prova di saper organizzare tutto in modo abbastanza capillare”. Melcangi afferma di “non credere ci possa essere una ripresa, almeno in questa zona”, in un momento in cui l’Is è ora “soprattutto in Africa subsahariana” pur restando un “rischio che tutta l’area continua a corre, proporzionale a quanto è fragile la stabilizzazione”.

Il Medio Oriente intero, è la constatazione su cui insiste Melcangi, “ha bisogno di essere stabilizzato”, la Siria “deve riformulare se stessa” dopo mezzo secolo di dominio della dinastia Assad. E deve fare i conti con tante, “troppe sfide interne da affrontare”. Quindi, “non solo la ricostruzione, ma anche il dialogo nazionale tra le varie componenti”. Tutto ruota, conclude, intorno a una domanda: “Fino a che punto al-Sharaa è disposto a mettere in discussione la sua appartenenza?”.

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