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Specializzazione e qualità: i segreti del buon editore

[oblo_image id=”1″] Incontriamo Norma Casano, presidente del consiglio d’amministrazione di Marco Valerio, casa editrice torinese che ha saputo affermarsi puntando sulla specializzazione e sulla qualità delle idee. Un’occasione per riflettere a 360° sulla situazione del libro in Italia: dalla professionalità delle figure operanti nel settore alle opportunità offete da internet, dai problemi dell’editoria alle possibili soluzioni,

Di editoria se ne parla tanto e spesso in termini catastrofici. Quali sono stati le motivazioni che vi hanno spinto nel 2000 a tuffarvi in un mercato così difficile e quali strategie seguite per dare nuova linfa alla vostra attività? L’editoria sta certamente vivendo una stagione difficile. Le radici della crisi sono lontane e proprio alla fine degli Anni Novanta maturò quel cambiamento i cui risultati si rendono visibili oggi. I soci, anzi le socie, perché Marco Valerio è un’azienda a capitale interamente femminile, provenivano da esperienze precedenti. Avevamo maturato la consapevolezza di un radicale mutamento del mercato del libro e della comunicazione, che in tempi successivi è stato magistralmente sintetizzato dal “Manifesto dell’editore del XXI secolo”, pubblicato da Sara Lloyd. La trasformazione della figura dell’editore da trasformatore di carta e produttore di contenuti, sempre più su misura e personalizzati, o come si dice oggi con un anglicismo, on demand, ci trovò fin da allora consapevoli che un nuovo modello di azienda editoriale era maturo. Così nacque Marco Valerio, un marchio che volutamente si ispira alla personalizzazione della figura, in questo caso non reale, dell’editore come individuo, e che evoca un richiamo ad una tradizione. La strategia fondante dell’azienda fu fin dall’inizio, ed è tuttora, la specializzazione estrema. Editore di cultura ed editore di nicchia, ma non editore provinciale. Ci siamo mosse rifiutando l’ottica localistica e soprattutto il marchio di “piccolo editore”. Marco Valerio non è un piccolo editore, come viene inteso comunemente. Un catalogo di quasi trecento titoli in meno di otto anni lo dimostra. Così come le scelte editoriali, legate a due collane portanti, i Saggi, dedicati alla saggistica di livello universitario, che ha riscosso interesse a livello nazionale e internazionale, e Gnosi, che alterna temi spirituali ispirati alla tradizione orientale a temi ispirati alla tradizione cristiana occidentale. Abbiamo investito sui giovani, con prudenza e attenta selezione, dando spazio a giovani ricercatori e saggisti accanto a nomi consolidati del mondo universitario italiano, abbiamo recuperati classici perduti, con una specifica collana nella quale, dopo decenni, hanno ritrovato spazio opere fondamentali della letteratura italiana. Si pensi ai Cento Anni di Rovani, che erano del tutto scomparsi dalle librerie, o alla quadrilogia di Fogazzaro, con il recupero di “Leila” e “Il santo”. Infine ci siamo impegnate sul sociale, con una collana dedicata ai lettori ipovedenti, Liberi Corpo 18. Un progetto di nicchia assoluta, nel quale, fino a che non sono spuntati i fondi pubblici e di conseguenza si sono affacciati come vampiri i grandi editori sull’orlo del tracollo, noi abbiamo investito da sole. Oggi Marco Valerio è il primo editore a livello europeo e uno dei primi a livello mondiale nel campo delle pubblicazioni a grandi caratteri per lettori ipovedenti, con testi in italiano, inglese, francese e spagnolo. Specializzazione estrema ed elevata qualità ci hanno permesso di crescere senza attirare ostilità e rafforzarci finanziariamente. Uso coraggioso delle tecnologie e informatizzazione di tutti i processi ci hanno permesso di sopravanzare la concorrenza. Non è vergognoso ammettere che tutto questo è stato possibile grazie ad Internet. Sulla Rete ogni azienda ha le stesse possibilità, la stessa opportunità di visibilità, che sia piccola come la nostra o grande. Chi corre più velocemente arriva prima, indipendentemente da quanti dipendenti schiera nella corsa del libero mercato.

Nella vostra presentazione sottolineate di tenere alla vostra fama di “antipatici”. Ci spieghi meglio di cosa si tratta. Siamo antipatici perché non raccontiamo frottole. Illusioni, promesse, false aspettative sono il condimento con il quale i piccoli editori cercano di ritagliarsi quote protette di mercato, attingendo alla vanity press, ad esempio. Successi inventati, best seller immaginari, che di grandi numeri hanno solo le tirature e le rese, sono il condimento drogato di un mercato librario gonfiato ad arte da alcuni marchi storici per difendere rendite di posizione. Oggi i numeri di un titolo pubblicato si misurano nell’ordine delle centinaia o delle poche migliaia. Salvo rarissime eccezioni — e non sempre una fascetta con la dicitura “venti milioni di copie vendute” dice il vero — il mercato si gioca su piccoli numeri e grande scelta di titoli. Nella saga della roboante comunicazione culturale, in cui ci sono editori con mezzo secolo di attività alle spalle che vantano un catalogo di mille titoli, per la quasi totalità esauriti o fondi di magazzino invendibili, noi manteniamo a catalogo tutta la nostra produzione, ristampando a volte ogni quarantotto ore e lanciamo almeno tre novità al mese. E quasi sempre facciamo “vivere” culturalmente i nostri titoli. Siamo antipatici perché cerchiamo di fare capire agli autori esordienti, che intasano la nostra casella di posta come quella di tutti gli altri editori italiani, che devono fare i conti con il mercato dei lettori prima di dare corso alla loro ispirazione. Guardare al mercato anglosassone, dove nella maggior parte dei casi i libri nascono su sollecitazione degli editori e delle loro redazioni. L’editoria è un’industria e come tale deve fare i conti con il mercato, in questo caso i lettori. Inutile proporre romanzi autobiografici se i lettori desiderano fiction storica o saggi di attualità politica e sociale. Purtroppo è una “premessa antipatica”, perché gli autori italiani continuano ad essere condizionati da un modello romantico dello scrittore, poeta o romanziere maledetto che produce il suo capolavoro incompreso nel buio di una soffitta. Con le dovute e note eccezioni. Da anni la pagina del sito nella quale suggeriamo i “call for paper”, segnalando argomenti che prenderemmo volentieri in considerazione per la pubblicazione, colleziona pochissime visite. In compenso la casella di posta è intasata da raccolte poetiche, racconti fantasy e altro materiale che non avrà mai alcuna possibilità di pubblicazione da parte nostra.

Se avesse la bacchetta magica e potesse risolvere un solo problema dell’editoria italiana, cosa farebbe? Obbligherei i librai e i commessi delle librerie a sostenere un esame di abilitazione alla professione. Semplicissimo in fondo. Ricorda una scena del film “C’è posta per te”? La piccola libraia, ormai condannata alla chiusura della grande catena Fox, entra nel punto vendita e assiste desolata alla scena in cui una cliente chiede invano un libro di cui il commesso non sa nulla. Se un libraio non è in grado di identificare un titolo, di consigliare un lettore, come purtroppo sempre più spesso avviene, come possiamo pensare di tenere in piedi il mercato del libro? Accanto a questo problema, se mi consente un secondo colpo di bacchetta, riuscire a spiegare agli aspiranti autori che la “vanity press” in tutte le sue forme, ultima arrivata la subdola forma dell’autopubblicazione sulle piattaforme per gonzi che imperversano su Internet, rappresenta la garanzia di condanna a morte per opere anche meritevoli, i cui autori credono di aver scoperto scorciatoie per il successo e imboccano invece vicoli ciechi.

Prospettive per il futuro: i programmi della vostra casa editrice e possibili sviluppi – o involuzioni – del mercato del libro in Italia? Noi proseguiremo sul cammino intrapreso nel 2000. Sempre maggiore specializzazione e capacità di risposta ad un mercato che si frammenta. Moltiplicazione delle piattaforme. Dal libro stampato tradizionale al libro on demani in grande formato, fino all’ebook e alla cessione digitale dei contenuti riaggregati. L’editore del XXI secolo in fondo rimane un editore: produttore di contenuti e di cultura, non necessariamente di carta stampata. Per produrre carta stampata basta un tipografo. Rischi di involuzione? Li stiamo già vivendo. Anziché affrontare la sfida tecnologica, gli editori preferiscono rivolgere appello allo Stato e attingere alla sussistenza, mascherata in varie forme. La conseguenza è che rischiano di restare sul mercato realtà parassitarie e del tutto prive di solidità imprenditoriale, oppure iniziative velleitarie, che nascono grazie a contributi locali sull’imprenditoria giovane, sull’imprenditoria creativa. E di creatività ne abbiamo vista già troppa nel mondo della finanza, senza bisogno che invada anche il mondo della cultura. Creativi devono essere gli scrittori.

Per ulteriori informazioni e per il catalogo: www.marcovalerio.com

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