“State bene? Faremo del nostro meglio per far sì che viviate la notte più bella della vostra vita”. Brent Smith, voce e volto degli Shinedown, sa bene che tornare in Italia dopo sette anni significa fare i conti con le aspettative di un pubblico che ha aspettato a lungo. E all’Alcatraz di Milano, la band americana intende mantenere la promessa. “Non deluderemo nessuno. Faremo il massimo per mettere insieme la scaletta più forte possibile” aveva raccontato il frontman all’Adnkronos alla vigilia del tour internazionale. Una promessa mantenuta attraverso una scaletta che attraversa la storia della band, in quasi due ore di musica. Non è soltanto una questione di numeri. Gli Shinedown, del rapporto con il pubblico, hanno fatto la loro forza in modo simbiotico ed empatico, guidati dal principio fondamentale espresso più volte dallo stesso Brent Smith: “Il pubblico è la cosa più importante in assoluto”.
Smith è il protagonista indiscusso, la voce potente e la gestualità marcata. Non sta fermo un attimo. Cerca continuamente un’interazione con la platea, la coinvolge e la invita a diventare parte dello spettacolo. Il ritorno milanese arriva in occasione di ‘Ei8ht’, l’ottavo album in studio pubblicato lo scorso maggio, diciotto brani e un’ora e quattro minuti di musica. “È il nostro ottovolante emotivo”, aveva detto Smith all’Adnkronos. E il concerto all’Alcatraz, aperto dai gallesi Those Damn Crows, non può dirsi da meno. Varietà e dinamismo sono da sempre il marchio di fabbrica degli Shinedown, capaci di passare con naturalezza da chitarre serrate ad atmosfere più melodiche.
Le danze si aprono con la carica di ‘Safe And Sound’, una canzone sulla competitività e sulla capacità di prendersi cura di sé, ma la scaletta è costruita per cambiare continuamente registro: ‘Dance, Kid, Dance’, ‘Diamond Eyes’, ‘How Did You Love’ e ‘365’ precedono ‘Devil’, e la carica dell’anthem ‘Enemies’. E’ uno show che mette insieme le canzoni che hanno trasformato gli Shinedown in una delle realtà più solide del rock americano e la produzione più recente. Sul palco è davvero come stare su un ottovolante: gli Shinedown possono passare dalla dimensione più raccolta di ‘45’ alla fisicità di ‘Cut the Cord’ lasciando a Smith il compito di tenere insieme i diversi registri.
Il cantante gioca del resto la sua partita migliore. Smith ha costruito negli anni una figura da frontman molto fisica, quasi teatrale, ma senza affidarsi soltanto all’estetica del rock. Parla con il pubblico, lo provoca, gli dà indicazioni precise: “Stringete la mano alle persone che stasera sono accanto a voi” dice, e poi scende dal palco per fare altrettanto. La platea, in un Alcatraz strapieno, è parte della scaletta. E nel guidarla Smith mostra tutta la sua stoffa da predicatore, come quando invita la platea a stare in silenzio, con la testa abbassata, e a pensare alle persone care che non ci sono più. “Dovete avere fede, forse sono qui con voi ora”. Poco dopo il cantante torna a parlare al pubblico e a spingerlo a guardare avanti: “Potete fare quello che volete ed essere quello che volete, non focalizzatevi sul piano B. Non importa quanto ci mettete per arrivare a uno scopo, se ascoltate l’universo manderà un faro per orientarvi”.
Smith racconta quindi di un ragazzo che prima di salire sul palco gli ha chiesto una mano per fare una cosa: è Alex, un fan che durante il concerto chiede alla sua fidanzata di sposarlo. Ma siamo pur sempre a un concerto rock. E allora via alla fisicità di ‘Bully’, ‘Monsters’ e ‘The Sound Of Madness’. A Milano, l’attesa per il concerto è stata accompagnata anche da un’iniziativa speciale: la ‘Shinedown: Ink Session’, organizzata da Puro Tattoo Milano in collaborazione con la band, MC2Live e Atlantic Records Italy. I fan hanno potuto scegliere tra flash tattoo ispirati agli Shinedown, ascoltando ‘Ei8ht’ e ricevendo merchandising, vinili e gadget autografati. Gli Shinedown mancavano dall’Italia da sette anni il loro show è una conferma che riesce a far camminare insieme musica e pubblico. Per Brent Smith e compagni, mandare a casa tutti i presenti dell’Alcatraz con la certezza che l’attesa è valsa la pena è una promessa mantenuta. (di Federica Mochi)