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Lydian New Call: esce Into the Blender, il debutto anarchico di Riccardo Brazzale

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Un frullatore colto e irriverente che rimette in discussione il rapporto con la tradizione. Esce oggi Into the Blender, il disco d’esordio della Lydian New Call, il nuovo ensemble fondato e diretto da Riccardo Brazzale per Parco della Musica Records. Dodici tracce che attraversano Ornette Coleman, Charles Mingus, Thelonious Monk e Paul Motian, con incursioni nell’universo di Béla Bartók, Steve Reich e persino Puccini.

Brazzale arriva a questo progetto dopo oltre trent’anni alla guida della Lydian Sound Orchestra, formazione di riferimento nel jazz italiano con una discografia ampia e collaborazioni con nomi come David Murray, Kenny Wheeler, la Mingus Dynasty e Ambrose Akinmusire. La nuova formazione nasce nel 2025 con un’intenzione precisa: spingere ancora più in là quella rilettura libera e anarchica della tradizione che ha sempre caratterizzato il suo lavoro.

Un ensemble di nuove generazioni

La Lydian New Call riunisce alcuni tra i musicisti jazz più interessanti delle nuove generazioni. Accanto a Brazzale figurano la cantante Gaia Mattiuzzi, la bassista Federica Michisanti e il chitarrista Marcello Abate, insieme a un ensemble di undici strumentisti che spazia dai sassofoni alla tuba, dal vibrafono al violoncello. È una generazione di trentenni e quarantenni che, come spiega lo stesso direttore, si sente più libera e disinibita nel confronto con la tradizione.

Ora, se siamo d’accordo con Jacques Derrida quando afferma che la decostruzione è anche un certo modo di comprendere la tradizione, non sembrerà così strano che anche dopo l’azione del frullatore possa nascere un bel fiore, afferma Brazzale, spiegando il titolo del disco — riferimento non troppo velato a Into the Hot, album a nome di Gil Evans che nascondeva tre tracce di Cecil Taylor.

Sei originali e sei riscritture

L’album si articola in 12 tracce: sei composizioni originali firmate da Brazzale, Mattiuzzi, Michisanti, Abate e Giulia Barba; sei riscritture di classici del jazz e della musica contemporanea. Il disco si apre con Whithin my flower di Gaia Mattiuzzi su versi di Emily Dickinson, pensata come introduzione alla successiva It Should’ve Happened a Long Time Ago, libera reinterpretazione di un brano di Paul Motian.

Segue Ur-Blues, in cui Brazzale scompone e ricompone i nuclei tematici di WRU, composizione di Ornette Coleman del 1962. Fra tutti, questo è il brano in cui più si avverte l’azione del frullatore, azionato sulle avanguardie degli anni Sessanta e Settanta, commenta il direttore. La quarta traccia, Requiem for Our Mother, è un canto funebre per la Terra che cita l’adagio del Requiem di Puccini.

Evidence di Thelonious Monk viene ribaltata nel rapporto fra suono e silenzio. Repeating di Federica Michisanti costruisce invece un processo di accumulazione minimalista, strumento per strumento, secondo un tempo circolare. Kótrab in the Blender di Brazzale segna l’incontro originale fra Béla Bartók e Charles Mingus.

Tra Reich, Mingus e il congedo di Monk

OnPianoPhase, scritta da Marcello Abate come tributo a Steve Reich, è la traccia in cui i contatti col jazz compaiono e scompaiono, con la chitarra che rimanda a un universo pop-rock. Azurka è invece un vecchio brano di Claudio Fasoli, legame autentico con le origini storiche della Lydian.

Il disco si chiude con due omaggi alla tradizione. Self Portrait in Three Colors di Charles Mingus è il saluto dichiarato al jazz classico. Chordially è la trascrizione orchestrale di improvvisazioni di Thelonious Monk registrate nel 1971 negli studi londinesi della Black Lion: il suo ultimo congedo in studio. Le note sono tutte di Monk, tranne l’ultima manciata — un vezzo di Brazzale per firmare in calce questo nuovo inizio.

Into the Blender è distribuito da Egea Music.

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