Matteo Salvini incassa la riconferma alla guida della Lega con 465 voti contro i 146 raccolti da Massimo Garavaglia e, archiviato il congresso, prova a chiudere la stagione delle tensioni interne. Il messaggio è duplice: da una parte la mano tesa a chi, soprattutto al Nord, chiede più spazio e una maggiore attenzione all’identità originaria del partito; dall’altra l’avvertimento a chi, negli ultimi mesi, ha contestato la linea del segretario, fino a mettere in discussione la sua leadership.
“Da oggi basta a chi ha trattato i fratelli militanti come nemici”, scandisce Salvini dal palco, invocando responsabilità e un nuovo inizio. Il mandato congressuale, nelle intenzioni del leader leghista, dovrà tradursi anche in una maggiore incisività all’interno della maggioranza.
Il punto, prima ancora delle questioni programmatiche, è il riconoscimento del peso politico della Lega nel governo. “Vogliamo rispetto per le posizioni della Lega, noi non siamo alleati di serie B”, è il messaggio rivolto ai compagni della coalizione. Salvini rivendica il ruolo del partito nella coalizione e guarda già alle prossime politiche, con l’obiettivo dichiarato di diventare almeno la seconda forza del centrodestra: “La sera delle elezioni Meloni tornerà a essere premier e la Lega Italia federale sarà il secondo partito della coalizione, come minimo”. È però sull’Ucraina che Salvini sceglie di marcare con maggiore nettezza la propria identità politica.
Già in mattinata aveva legato la riconferma alla possibilità di portare in Consiglio dei ministri una posizione esplicita: “Non possiamo continuare a mandare soldi e armi all
Ieri Claudio Durigon aveva spinto per un ruolo dell’ex governatore veneto: ora il segretario conferma di voler coinvolgere una delle figure più rappresentative del radicamento settentrionale della Lega. Resta da capire in quale forma e con quali responsabilità. La disponibilità a ricomporre le fratture non significa, però, che Salvini intenda lasciare spazio a contestazioni organizzate. Il riferimento è soprattutto a Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato, che nel suo intervento di ieri aveva evocato il rischio di una deriva simile a quella di Matteo Renzi.
Un paragone che il segretario respinge con durezza: “Da Renzi ci separa il mondo”, dice, accusando l’ex premier di “arroganza, supponenza e spocchia”. E sul futuro di Romeo alla guida dei senatori si limita a rispondere: “Chiedetelo a loro”. Il segnale è chiaro: il congresso deve segnare la fine delle ostilità interne, ma la ricomposizione dovrà avvenire alle condizioni della leadership appena confermata. Salvini assicura che non saranno più tollerati comportamenti di boicottaggio, torna a rivendicare il ruolo dei militanti e chiama il partito a ripartire. Il nuovo simbolo, ‘Lega Italia federale’, guarda alle origini e al progetto di un partito nazionale, ma la sfida più immediata resta quella di tenere insieme le diverse anime leghiste, dal fronte nordista a quello più vicino al segretario.