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La leggenda di Sir Steve Redgrave

[oblo_image id=”1″] Ora è un motivational speaker: insegna ai giovani come trovare fiducia in se stessi. Scrive libri di successo, è stato nominato Sir ed è ospite d’onore nei più importanti programmi televisivi britannici. Ma dietro a questa serenità così ovattata si nasconde una storia di rabbia ed orgoglio, di coraggio e voglia di riscatto. E’ la storia di Steve Redgrave.

Anni 70′: Steve è poco più di un ragazzino con un fisico da gigante e un’avversione totale alla scuola. Una grave forma di dislessia gli impedisce di leggere, la sua firma è una croce. I compagni lo prendono in giro, il suo mondo non coincide con quello degli altri, il college lo espelle. Prova con il canottaggio: è robusto, ha talento e soprattutto il furore di chi non si è sentito accettato. Sente la stima dell’allenatore, intravede nello sport l’occasione del riscatto intuendo che quella è la sua nuova vita. Iniziano allenamenti estenuanti, rinuncia all’adorata birra e percorre 40 km al giorno. Tutti i giorni. I risultati non tardano ad arrivare e nel 1979 diventa campione del mondo giovanile. Splendido, ma soldi zero e la famiglia di Redgrave non naviga nell’oro.

Da allora Steve ha un chiodo fisso: vincere le Olimpiadi. Intensifica gli allenamenti, affina la tecnica e prepara la sua rivincita con la vita. E il momento tanto atteso arriva nell’84. Alle Olimpiadi di Los Angeles sale sul gradino più alto del podio nel quattro di coppia. Comincia a diventare l’atleta simbolo del canottaggio britannico: conosce la fama e arrivano le prime soddisfazioni economiche. Ma una volta salito in vetta, Steve non vuole più scendere. Se ti sei trovato con la testa nel fango, quando emergi non puoi più fare a meno della luce. I test cui si sottopone con i compagni di squadra sono imbarazzanti: un atleta esprime mediamente 200 kilowatt di potenza, lui supera i 400. Il direttore tecnico della nazionale lo dirotta su un’altra specialità, il due senza. Incontra Matt Pinsett ed inizia un connubio perfetto, quasi romanzesco. Perché i due sono tanto diversi da integrarsi perfettamente. Matt è laureato ad Oxford, colto e di buona famiglia. Steve proviene da una famiglia povera e i libri li ha sempre odiati. Matt è il capovoga e stabilisce la strategia di gara, Steve mette a disposizione i muscoli e una grinta senza limiti. Insieme sono imbattibili. Collezionano sette titoli mondiali e conquistano l’oro a cinque cerchi a Seul, Barcellona e Atlanta.

Dopo le olimpiadi del ’96, reclamato da moglie e figli, dichiara: “Se mi vedete ancora su una barca, sparatemi”. Sei mesi dopo è di nuovo in acqua per preparare l’ultima sfida: vincere il quinto oro olimpico in cinque diverse edizioni . Qualcosa però non funziona. La macchina perfetta che ha macinato sul Tamigi migliaia di chilometri si è inceppata.Gli esami diagnosticano il diabete, il medico gli prospetta il ritiro. Lui cambia medico e riprende gli allenamenti. Ogni giorno fa iniezioni di insulina, si sottopone a controlli costanti e impara a dosare le energie durante i mesi di preparazione.

Continua nella sua avventura e a Sidney scrive una delle pagine più memorabili delle Olimpiadi. Finale del quattro senza, la gara regina del canottaggio. L’armo inglese parte subito forte e sembra involarsi verso un facile successo. Ma, come Redgrave ama ricordare, le gare di canottaggio iniziano ai mille metri ed è lì che comincia la rimonta dell’equipaggio italiano. Vogata dopo vogata il vantaggio si riduce mentre le altre imbarcazioni scompaiono. Ai 200 metri l’armo azzurro appaia i britannici ed inizia un testa a testa crudele e bellissimo. Sul traguardo la spuntano gli inglesi per una punta, la fatica impedisce di alzare le mani e gioire, ma poco a poco il ghigno di sofferenza si trasforma in un sorriso di liberazione. È l’ultima gara di Steve Redgrave, è il quinto oro, è l’inizio del mito.

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