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Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo

A volte ritornano ed è anche il caso dell’archeologo con frusta e cappello a seguito. Henry Jones Jr, per gli amici Indy, torna sul grande schermo con la sua quarta attesissima avventura.

Una stroncatura questa per un film tanto atteso quanto sfilacciato e realizzato male, forse il pathos e l’epos del terzo capitolo sono realmente inarrivabili è li la saga doveva concludersi ma the show must go on e lo show business non ammette mancati incassi così il quarto capitolo è stato fatto con parte del cast originale e con annesso il gran rifiuto di Sean Connery che non ha voluto vestire nuovamente i panni del padre/ nonno.

Stavolta è una leggenda Maya, il regno dei teschi di cristallo, a richiamare in azione l’attempato Harrison Ford. Non sono gli anni, sono i chilometri era solito dire e stavolta il peso dei chilometri percorsi su strade impolverate si fa sentire tutto. Durante la sua fortunata serie l’archeologo più famoso della storia del cinema ha incontrato reperti provenienti da tutte le religione.

Il primo capitolo era infatti dedicato all’Arca dell’alleanza, l’arca di Mosè e i richiami erano tutti alla religione ebraica, nel secondo “il tempio maledetto” vedeva l’incontro con l’oriente induista, il terzo ( l’apice della saga) vedeva come protagonista la più cristiana delle reliquie, il leggendario Sacro Graal dove il sangue di Cristo sarebbe stato raccolto.

Per il quarto capitolo, forse dopo due film realizzati con Tom Cruise, Spielberg si affida a temi new age di ispirazione Scientology, arrivando a far entrare in una stessa scena Indiana Jones e un disco volante, roba che nemmeno a South Park.

Comunisti da macchietta e trabocchetti senza fascino legano il resto del film.
Indiana Jones è tornato ma non è più come prima.

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