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Il rock alternativo del Teatro degli Orrori

[oblo_image id=”1″] Sapientemente trasandato con il pieno controllo di quello che sta avvenendo sul palco e nelle prime file. Anche se sembra un pugile che barcolla aspettando il colpo del ko facendo oscillare a ritmo sincopato il microfono, anche se ogni tanto le parole escono fuori rabberciate, Pierpaolo Capovilla, leader de Il Teatro degli Orrori, mantiene sempre saldamente il comando delle operazioni. Il concerto all’Hiroshima Mon Amour di Torino non ha deluso: la band ha sciorinato tutti i classici del repertorio da La canzone di Tom a Carrarmatorock!, da Compagna Teresa a Refusenik, il pezzo dedicato agli obiettori di coscienza israeliani inserito nell’ultimo album degli Afterhours. Un viaggio dirompente nel rock che però mantiene un retrogusto malinconico, crepuscolare. Quasi baudelairiano se non fosse che la birra ha sostituito l’assenzio. Perchè i toni e il sound non sovrastano la forza d’impatto dei testi dove amore, società e vita vengono sempre osservati da una luce sinistra, nostalgica, rabbiosa. Non inganni neanche la simbiosi con il pubblico o gli intermezzi comici: chi ha qualcosa da raccontare non ha bisogno di indossare il vestito da cerimonia nè di osservare le buone maniere per affrontare tematiche delicate. E tutto sono il Teatro degli Orrori fuorchè spensierati: il loro tormento si riverbera in ogni nota, in ogni frase. Riuscendo a far scatenare gli spettatori durante l’esibizione e invitandoli a riflettere quando cala il sipario. Ripensando magari all’ultima strofa di Compagna Teresa: Rincorrerei sogni ci ha sempre portato fortuna/Quanto vorrei amarti solitudine/Dolce solitudine, solitudine, dolce solitudine.

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