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“Il Nascondiglio”, arriva l’ultimo film di Pupi Avati

[oblo_image id=”1″]Una donna di origine italiana, trascorso un periodo di ricovero in una clinica psichiatrica, ricostruisce la sua vita aprendo un ristorante italiano a Davenport, negli Stati Uniti. Il luogo da lei scelto è un lugubre edificio: la Snakes Hall, una volta pensione per anziane gestito da suore. Stabilitasi nell’edificio, incomincia ad avvertire, durante la notte, presenze, voci, rumori, che la spingeranno a interessarsi alla storia della casa, fino a scoprire una tremenda vicenda accaduta nel 1952 in una notte prima del Natale.

A proposito del film il maestro dice: Prima in fase di scrittura e poi durante le riprese abbiamo cercato di privilegiare le atmosfere avendo come riferimento altre nostre incursioni precedenti nel genere. Ne “Il nascondiglio” la storia, le vicende, le inquietudini, i sospetti, che via via raggiungono Laura – apparentemente del tutto immotivati ma che nel corso della storia si confermeranno fondati- obbediscono ad una tensione drammaturgica assolutamente non pretestuosa. Sono convinto che solo così il passaggio della nostra protagonista da uno stato di inquietudine, ad uno di paura e quindi ad uno di assoluto terrore possa essere condiviso dallo spettatore.

[oblo_image id=”2″]Già maestro riconosciuto nel genere (La casa delle finestre che ridono, 1976 ), Pupi Avati offre un lavoro che può essere valutato come accettabile dal punto di vista tecnico: le riprese sono decise e ben strutturate, con movimenti di camere ariosi anche se spesso troppo scontati. Le scenografie sono curate nel particolare, illuminazione e scelta dei colori risultano decisamente più azzeccate di quanto non lo fossero nel suo precedente film, “La cena per farli conoscere” del 2006. La trama presenta però diverse pecche: la narrazione è molto dilatata (caratteristica tipica dell’”horror” made in Italy), ma risulta il più delle volte scontata. La prima parte del film, molto descrittiva, è ampia al di là delle necessità lasciando lo spettatore con un senso di velata confusione e nell’attesa di un passo successivo che tarda ad arrivare. Il film non decolla. Le diverse storie (il passato della donna e quello della SnakesHall) sono intrecciate male, con scambi troppo repentini e spesso senza alcuna concatenazione che portano quasi a perdere il filo.  Molte sequenze risultano essere monche, fondamentalmente “non terminate”, con scelte temporali discutibili. Il montaggio, mal costruito lungo tutto il film, ha scambi duri e per lo più inutili. In molte scene, un piano sequenza sarebbe stato molto più utile e avrebbe attribuito maggiore qualità e pathos al film. Invece, la maniacale tendenza a spezzettare il più possibile le scene, risulta molto fastidiosa all’occhio dello spettatore.

[oblo_image id=”3″]Ultima nota: l’attrice protagonista, Laura Morante, possiede una espressività troppo ristretta per interpretare questa parte. A proposito della sua scelta, Avati osserva: “è la prima volta che in un mio film il ruolo principale e’ affidato ad una donna in una maniera così netta. Ho sempre pensato che in tutti i film in cui l’ho vista Laura avesse sempre apportato attraverso le sue interpretazioni un valore aggiunto alla verosimiglianza delle varie storie, grazie alla sua capacità di emozionarsi e quindi di emozionarci. Credo che poche attrici italiane avrebbero potuto interpretare con altrettanta credibilità un ruolo così articolato”. In realtà, all’interno del film, la sua tendenza a somatizzare poco le diverse emozioni, come il tono di voce quasi sempre costante, attribuiscono al tutto una sensazione che si può definire di “stallo recitativo”, che toglie suspence alle scene e porta lo spettatore a vivere in modo ambiguo la narrazione, cosa assolutamente fuori luogo soprattutto in questo genere di film.

Il lavoro del maestro porta però a fare una importante osservazione in ottica futura: per il cinema italiano, povero di idee e schiavo da diversi anni di uno scadente cinema da piccola-borghesia adolescenziale e pseudo-romantica,  la via di fuga può davvero essere quella di riprendere gli stili che hanno fatto grande il cinema italiano in passato e arricchirli (diversamente da Avati nel suo film) con idee nuove.

Avere una base di partenza, senza dover partire dal foglio bianco, permetterebbe forse ai poco ispirati giovani registi italiani di realizzare qualcosa di positivo, per creare in futuro qualcosa del tutto nuovo e importante. A questo proposito, il maestro stesso dice: E’ evidente quanto la mia prolificità nel cinema sia in stretta connessione con l’alternanza dei mondi e dei temi trattati ed è altrettanto evidente che mi sarebbe impossibile provare interesse nel replicare a scadenze annuali storie di carattere autobiografico, o musicale o in chiave di commedia. Occorre compiere ogni tanto degli “adulteri”, sorprendersi e tentare di sorprendere gli altri, tornando anche con una buona dose di umiltà a frequentare i generi.

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