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Hiddink come Mohammed Ali: maghi della strategia

[oblo_image id=”1″] 30 Ottobre 1974, Kinshasa: Mohammed Ali contro George Foreman, un match che vale più della corona di campione del mondo. Foreman è il favorito, imbattuto, il picchiatore più devastante che si sia mai ammirato su un ring. Ali lo affronta con una tattica inspiegabile persino per i suoi stessi allenatori. Si appoggia alle corde e aspetta che il suo avversario scagli tutti i colpi del suo repertorio. Sembra un suicidio sportivo, si rivelerà una trovata geniale. Per otto round, il fuoriclasse di Louisville si limita a tenere le braccia a protezione del corpo. Foreman picchia duro ma non basta. L’elasticita delle corde e la difesa del tronco attenuano l’impeto di montanti, diretti e ganci. Ripresa dopo ripresa i colpi di Foreman perdono d’intensita: è un logorio psicologico che lo consuma, le sue certezze sono state sgretolate. E al momento giusto Ali sferra il contrattacco e manda il frastornato avversario al tappeto. Chissà se Guus Hiddink ha visto quel match, ma la tattica adottata dal suo Chelsea nella semifinale d’andata con il Barcellona presenta curiose analogie. Di fronte al micidiale tridente offensivo dei blaugrana che aveva disintegrato il Bayern Monaco, i londinesi hanno presentato undici uomini costantemente dietro la linea del pallone. Un catenaccio in vecchio stile, un muro flessibile che ha imbrigliato lo squadrone di Guardiola attenuandone la forza d’urto. Ma il parallelo tra il campione ribelle oro a Roma 1960 e il mago olandese della panchina è valido soprattutto osservando la straordinaria capacità di entrambi di adattarsi all’avversario. Ali è passato alla storia per la sua impareggiabile capacità di punzecchiare il rivale schivandone i colpi, Hiddink è scivolato con disinvoltura in due settimane dal pirotecnico 4-4 con il Liverpool ad un rognoso 0-0. La qualificazione è ancora lontana, ma potersi giocare l’accesso alla finale davanti al proprio pubblico partendo da una situazione di parità è già un successo. Menti finissime capaci di irretire, sorprendere, persino schernire l’avversario. Esempi di come le sfide più dure si possano vincere ancora prima di salire sul ring o di scendere sul campo.

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