Federer e la fatica di essere il numero uno

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[oblo_image id=”1″] Duecentotrentatre settimane da numero uno. Un record incredibile che però potrebbe presto interrompersi. Roger Federer, da quattro anni re incontrastato del tennis mondiale, rischia seriamente di vedersi sottrarre la corona. E’ il momento più difficile nella carriera del fuoriclasse svizzero che non ha ancora conquistato tornei dello Slam nel 2008 e che soffre anche a distanza il duello con Rafael Nadal. Dopo aver perso contro lo spagnolo nella leggendaria finale di Wimbledon, Federer aveva dichiarato di attendere con fiducia l’estate sul cemento americano. Ma l’esordio con il discreto – e nulla più – francese Gilles Simon ha addensato le nubi sul futuro di re Roger. Non tanto per la sconfitta, seppur inattesa, quanto per le modalità con cui è arrivata. Si è visto un Federer nervoso, insicuro, persino stizzito. Incapace di sviluppare il suo gioco e sprecone nei momenti decisivi. Sintomatiche le continue richieste dell’Hawk Eye, una sorta di moviola in diretta, anche su situazioni tutt’altro che incerte. Un atteggiamento insolito ma che potrebbe avere radici profonde.

Ripercorrendo la parabola di altri grandi campioni, Federer sembra logorato dal suo dominio. Essere numero uno per un periodo così lungo comporta una pressione psicologica clamorosa che prosciuga ogni energia mentale. Confermando una delle più elementari leggi dell’economia, anche nello sport è senz’altro più facile il compito di chi insegue che può sfruttare il leader come punto di riferimento. Altro fattore importante è la “sazietà da successo”: ritrovare gli stimoli quando si è abituati a stare in vetta diviene sempre più arduo. E così se nel tennis l’esempio più emblematico di questi numeri uno sotto stress rimane Bjorn Borg che lasciò l’attività a 28 anni, anche in altri sport si possono rintracciare storie analoghe.

Nel nuoto e nella ginnastica le carriere sono terribilmente brevi. Se è vero che il fisico reclama uno stop dopo anni di allenamenti massacranti, è soprattutto la stanchezza mentale ad avvicinare ad un prematuro tramonto. Da Janet Evans a Ian Thorpe, spesso i campioni preferiscono salutare la scena quando sono ancora in auge per sottrarsi a pressioni esterne o all’assurda pretesa di rimanere in eterno al top.

Ma attendiamo ad annunciare la caduta del re. Proprio la paura di perdere la corona può regalare benefiche scariche di adrenalina facendo ritrovare l’entusiasmo dei tempi migliori. Insomma, il consiglio per Nadal è di non cantar vittoria troppo presto: il ruggito di un vecchio leone può essere ugualmente letale.