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E-waste, ovvero la spazzatura tecnologica

[oblo_image id=”1″]Un’associazione ambientalista di Seattle, la Basel Action Network, ha voluto aprire gli occhi a milioni di americani ed europei che, credendo di fare una buona azione per il nostro pianeta, si affidano a vari centri per il riciclo dell’e-waste, cioè della spazzatura elettronica. Secondo la loro denuncia, i nostri pc, telefonini, hi-fi e televisioni non verrebbero riciclati per recuperare materiale ancora utile, ma finirebbero in discariche a cielo aperto o bruciati, liberando sostanze tossiche per l’ambiente.

Questa operazione verrebbe svolta per lo più in Cina, in Nigeria ed in India, dove arriverebbero ogni anno diversi milioni di tonnellate di rifiuti tecnologici, provenienti per lo più dagli Usa e dall’Europa. Secondo una stima della Basel Action Network, tra il 50 e l’80% dei nostri rifiuti tecnologici finirebbe in uno di questi paesi, dove non ci sono normative specifiche per lo smaltimento di questo tipo di rifiuti e diverse centinaia di migliaia di persone lavorerebbero in condizioni sanitarie ed ambientali disastrose rendendo l’e-waste un business ricco ma pericoloso.

E la situazione in Italia qual è? Il Ministero dell’Ambiente ha appena emesso un decreto che affida ai produttori degli apparecchi elettronici la gestione di questi rifiuti. I produttori, dal gennaio 2008, saranno organizzati in consorzi o sistemi collettivi, che si faranno carico dello smaltimento. In particolare, se un cliente compra un nuovo apparecchio, il negoziante dovrà ritirare quello vecchio e provvedere allo smaltimento; se invece una persona deve solo disfarsi di un vecchio apparecchio, avrà a disposizione delle “eco-piazzole”, dove depositare i propri rifiuti tecnologici.

Tutto ciò sperando che la nostra e-waste non finisca anch’essa nelle mani sbagliate…

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