“Siamo di fronte a una personalità il cui tratto di interesse per l’opinione pubblica, resa insicura dai fatti di Milano, è almeno ambivalente. Ha preso un’iniziativa per inoltrarsi e cercare di capire quello che succedeva presso queste generazioni che sono evidentemente sfuggite a tutti, nel senso che non siamo riusciti a capire questo pezzo del cambiamento sociale. Si è inoltrato su territori ignoti alla ricerca, e quindi da questo punto di vista, ammesso che non abbia utili economici da questo lavoro, certamente merita attenzione, che non significa simpatia. L’aspetto completamente negativo e ben più importante è invece il fatto che un ricercatore, anche se giovane, dovrebbe sapere eticamente e scientificamente che le conseguenze di quello che fai in una società, in cui la risonanza del digitale implica una specie di contagio, non è solo influenza”. A dirlo il sociologo Mario Morcellini, fondatore della facoltà di Scienze della comunicazione alla Sapienza, che con l’Adnkronos ha analizzato il profilo di Youssef Siher, il ricercatore 30enne ritenuto la ‘mente’ del Movimento 17 ottobre.
“Qui i sociologi, me compreso, hanno sbagliato in passato: questa non è solo influenza, ma una ‘costruzione’ di comportamenti nuovi e mai prevedibili in passato. Doveva sapere che questo avrebbe comportato delle conseguenze, che avrebbe in qualche modo stimolato ed eccitato comportamenti assolutamente non appropriati – sottolinea Morcellini – e non giustificabili semplicemente con il fatto che quella generazione non è stata capita. Ci sono tante generazioni che non sono state capite ma non hanno mai fatto casini paragonabili a questa. Quindi lì c’è una responsabilità gravissima, riconducibile forse al fatto che questo è un ricercatore senza maestro, non inserito in una rete accademica in cui c’è qualcuno che ogni tanto ti dà un rimbrotto, un’indicazione o anche un incoraggiamento”.
“Questa scelta così pazzesca di non domandarsi le conseguenze a cui la sua azione dava luogo sembra quasi un eccesso di egoismo da ricercatore, del tutto ingiustificabile per uno studioso come me”, dice il sociologo delle comunicazioni. “Qui c’è il problema di ‘carisma’, per l’eccitazione che dà ai giovani e giovani adulti. Essi sono a contatto con lo spirito del digitale che dà un suprematismo, come se loro studiassero il mondo nuovo, mentre molto spesso quel mondo è solo relativamente nuovo. Egli è cascato in questa trappola di pensare che toccava una materia incandescente, e quindi era arrivato prima degli altri: questo secondo me non gli ha fatto vedere le conseguenze etiche che un ricercatore deve considerare contemporaneamente alle sue scoperte, non dopo. È troppo tardi dopo”.
In merito alle proteste che vedono scendere in piazza sempre più giovani e giovanissimi dice Morcellini: “C’è sicuramente una variabile del nuovo, e cioè il modo in cui il digitale sta profondamente cambiando la nostra società, e soprattutto gli adolescenti: qui siamo di fronte a tecnologie che non solo cambiano la nostra mente, anche di noi ricercatori, che siamo solitamente ancorati a una tradizione culturale umanistica”. Qual è il problema? “Che l’impronta del digitale, tanto più lo fa l’intelligenza artificiale, non si limita semplicemente ad avere effetti, ma provoca quel fenomeno importantissimo, e sottovalutato anche dagli studiosi, che si chiama perdita delle nozioni che hai ricevuto, cioè disapprendimento. È il contrario dell’apprendimento. È evidente che questi giovani hanno avuto una formazione troppo leggera per un mondo che cambia, ed è evidente che i loro comportamenti non sono ispirati al valore della formazione, al libro, alla scuola, alla cultura, al riconoscimento degli altri, ma semplicemente agli specchi eccitanti del mondo digitale”.