Leggere i fatti di Milano con gli occhiali della fisica dei sistemi complessi, quella che racconta la non linearità dei piccoli cambiamenti in partenza che possono causare enormi differenze nel risultato finale; il caos che trova un ordine interno senza un capo o una guida esterna; il frattale, cioè l’ordine reiterato che si ripete in diversi livelli di scala; il fenomeno emergente (che non si trova nelle singole parti prese singolarmente ma nell’insieme) e che è quindi inedito, come “i soggetti inediti” di cui ha parlato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. E’ l’approccio con cui analizzare le devastazioni a Milano sollecitato da Gabriella Greison, fisica e narratrice di meccanica quantistica, che parlando con l’Adnkronos spiega: “nei sistemi complessi, il punto in cui il danno diventa visibile può essere molto lontano dai meccanismi che lo hanno prodotto”.
“E’ necessario individuare connessioni e risalire il processo piuttosto che cercare un colpevole”. “Nei sistemi complessi infatti un comportamento collettivo può emergere dalle interazioni locali, anche senza una regia centrale, un capo, un volto che parla per tutti. Quello che abbiamo visto a Milano – sottolinea – è l’ultimo fotogramma di un sistema complesso. Ha ragione Mattarella, a parlare di ‘soggetti inediti’. Ciascuno osserva alcuni degli altri, reagisce, rilancia. Una chat può dare un appuntamento; le relazioni possono trasformarlo in qualcosa a cui sembra indispensabile partecipare”. Certo, “l’eventuale presenza di organizzatori va accertata”, ma “intanto dobbiamo capire come si costruisce l’adesione. La domanda è: come acquista autorevolezza un messaggio? Chi lo rende credibile? Quando il gesto di qualcuno diventa un modello per gli altri? Che cosa rende così desiderabile esserci?”
“Se vogliamo proteggerli, dobbiamo raggiungerli prima di chi vuole usarli” offrendo “alternative accessibili”. Questi ragazzi – rileva l’esperta in meccanica quantistica che ha lavorato tra l’altro all’École Polytechnique di Parigi – si muovono dentro una rete. Possono aggregarsi senza un leader riconosciuto, seguendo segnali che arrivano da tante direzioni: amici, chat, video, persone da emulare. Il riferimento può cambiare nel giro di un pomeriggio. Invece – constata – noi continuiamo a immaginare una società raccolta davanti alla televisione, con gli stessi programmi, gli stessi conduttori, le stesse voci. Per loro quel mondo è lontanissimo. La rete è il luogo in cui incontrano il mondo: informazione, intrattenimento, desiderio, riconoscimento, appartenenza passano dallo stesso schermo. Ed è lì che dobbiamo imparare a guardare”.
Greison, soprannominata dai media ‘la rockstar della fisica’ contesta: “Ad oggi abbiamo aperto il processo alla playlist. Poi arriva l’etichetta: ‘maranza’ ma quando l’etichetta prende il posto della domanda, abbiamo smesso di capire. Io voglio che questi ragazzi vengano protetti anche da questa pigrizia degli adulti che dovrebbero diventare capaci di entrare nei loro linguaggi, di conoscere gli ambienti digitali che frequentano, di aiutarli a riconoscere chi cerca attenzione e chi cerca di usarli. Io voglio – incalza – che incontrino persone credibili anche lì, dove trascorrono una parte enorme della loro vita”.
Secondo l’esperta, “agire nella rete significa costruire fiducia, rendere visibili altre possibilità, offrire strumenti per fermarsi prima di seguire un richiamo. Io li difendo – afferma – perché una società ha una responsabilità anche nelle possibilità che mette a disposizione dei suoi ragazzi: luoghi reali, relazioni reali, opportunità accessibili” come “scuole curate e aperte, biblioteche, sport accessibile, sale per fare musica, educatori, luoghi gratuiti dove stare insieme. Se vogliamo che scelgano dove andare, dobbiamo costruire posti nei quali possano sentirsi attesi. La sicurezza deve comprendere anche questo lavoro: agire sulle condizioni che rendono possibile la prossima aggregazione violenta. Altrimenti – conclude Greison – proteggeremo una vetrina continuando a lasciare esposti i ragazzi”.