Cassani: una vita in bici, per passione e per lavoro

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[oblo_image id=”1″] Saggezza e generosità: Davide Cassani ha costruito la carriera su poche ma solide basi. Così lucido nel leggere la corsa da essere considerato un indispensabile uomo tattico in tutte le squadre per cui ha gareggiato, altrettanto disponibile a mettersi al servizio dei compagni quando necessario. E se per anni hai domato montagne, fatiche, tappe torride al Tour o bufere al Giro d’Italia, poter commentare comodamente seduto davanti ad un microfono diventa un piacere.

E’ rimasto nel mondo del ciclismo nella nuova veste di telecronista. Ma le manca qualcosa della vita da corridore? Assolutamente nulla. Non ho alcun rimpianto: nella mia carriera ho realizzato tutto quello che era nelle mie possibilità. Sapevo che l’agonismo era un passaggio: bello ma destinato a finire. E poi il ruolo di commentatore mi consente di tenere viva la passione per la bicicletta.

Nonostante gli scandali e le polemiche sul doping, il ciclismo continua ad essere amato dalla gente: anche all’ultimo Giro, la presenza di pubblico sulle grandi salite è stata encomiabile. Da cosa nasce l’affetto infinito della gente che è la vera incrollabile forza di questo sport? C’è una tradizione ultracentenaria: il ciclismo è radicato nella gente. E poi chi assiste alle corse, può tastare la fatica di ogni atleta, i sacrifici necessari per arrivare a certi livelli. Alla fine, tende ad identificare i campioni come supereroi.

Proprio il Giro è vissuto sul filo dell’equilibrio con distacchi ridottissimi tra i primi classificati. Eppure qualcuno ha giudicato la vittoria di Menchov poco spettacolare criticando il percorso e la tattica degli italiani. Menchov ha vinto perché era il più forte e non aveva nessuna intenzione di farsi staccare. Gli italiani ci hanno provato: forse Pellizotti e Basso avrebbero potuto correre con più sintonia e Di Luca ha commesso un paio di sbavature, ma il Giro è stato combattuto ed avvincente. E la vittoria di Menchov è assolutamente meritata.

In ottica Tour, c’è un reale favorito o la lista dei pretendenti al successo è ampia? Il favorito è Alberto Contador che ha mostrato di avere qualcosa in più nelle corse a tappe. Tuttavia, è chiaro che in un Tour ogni previsione si può ribaltare e bisognerà vedere quanto sullo spagnolo peserà la compresenza di Lance Armstrong.

Pochi giorni fa si è consumato il decennale della tappa di Madonna di Campiglio, che segnò l’inizio della fine sportiva e non solo di Marco Pantani. Crede che il mondo del ciclismo abbia tutelato a sufficienza il Pirata nel momento più difficile o qualcuno ha delle responsabilità? Purtroppo ci sono state una serie di concause che hanno portato alla tragedia. Di sicuro qualcuno ha messo il bastone tra le ruote del Pirata colpendolo quasi con accanimento. Anche Marco non si è fatto aiutare abbastanza dagli amici e da quelli che provavano veramente a tendergli la mano. A distanza di tanti anni, rivangare è forse solo doloroso: comunque, le imprese del campione Pantani non si discutono e sono consegnate alla storia.

E’ sempre stato considerato un uomo tattico: un prezioso regista in grado di vincere ma anche di farsi da parte per aiutare i compagni al momento giusto. Quanto è importante in una squadra la presenza di uno stratega in corsa? Parecchio…Il ciclismo è uno sport individuale, ma la squadra è fondamentale per ottenere successi. Durante una corsa, un uomo tattico è utile soprattutto quando deve intervenire dove non può arrivare l’ammiraglia. Con tempismo e lucidità.

C’è un altro Cassani, un corridore in cui si rivede nel modo di stare in gruppo ed interpretare le gare? Non lo so, sinceramente non ci avevo mai pensato…

Chissà se c’è veramente un altro Cassani in gruppo, di certo farebbe bene al ciclismo e non solo.