Calcio cinico? La maledizione degli undici metri

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[oblo_image id=”1″] Chi li ama dice che sono il momento più emozionante di una partita di calcio, chi li detesta suggerisce stravaganti formule per abolirli. I calci di rigore sono diventati l’epilogo più ricorrente per le grandi finali del pallone. Ma se è lecito il quesito: hanno una loro etica? Nessuno sostiene che siano determinati solo dallo sorte anche se hanno la scomoda etichetta di “lotteria” nè possono essere “colpevolizzati” per l’amarezza che lasciano agli sconfitti. La logica dello sport prevede che le gioie dei vincitori siano accompagnati dalla delusione dei vinti. Se poi il divario è minimo, l’esito appare ancora più crudele. Ma ciò vale anche per un arrivo al fotofinish nel ciclismo, per un canestro a fil di sirena nel basket o per un tirato tiebreak nel tennis. Quello che nei rigori appare ingiusto – se non immorale – è ben altro. I penalty,infatti, non esaltano coloro che li realizzano ma mettono alla gogna chi li sbaglia. Hanno un retrogusto irriverente, quasi cinico. Un errore dal dischetto in una sfida decisiva marchia in modo indelebile un giocatore; lo rende il capro espiatorio della sconfitta, non gli concede alcuna prova d’appello. E la storia del calcio insegna come spesso a sbagliare siano proprio le stelle come se ci fosse un beffardo piacere nel ribaltare consolidate gerarchie di bravura. Gli esempi sono innumerevoli. In uno leggendario quarto di finale ai mondiali dell’86 due specialisti come Zico e Platini si abbracciarono nell’errore. Quattro anni più tardi persino Maradona fallì nella sfida con la Jugoslavia prima di prendersi la rivincita dal dischetto proprio contro l’Italia. Gli errori di Baresi e Baggio nella finale con il Brasile del ’94 sono ferite ancora aperte come gli errori di Di Biagio ed Albertini a Francia ’98. E se nella carriera di Van Basten vi è una macchia legata al penalty in una semifinale degli Europei, un bomber unico come David Trezeguet ha sulla coscienza addirittura due errori fatali: uno con la Juve in finale di Champions, l’altro con la Francia nella magica notte di Berlino.

La battaglia tra Chelsea e Manchester ha rispettato il copione attendendo la famigerata lotteria per decretare il verdetto definitivo. E come sempre ci dimenticheremo di coloro che hanno fatto centro per ricordarci delle lacrime di disperazione di John Terry, l’uomo simbolo dei londinesi scivolato miseramente nel momento più importante della carriera. Non basterà a consolarlo pensare che l’attuale numero uno del calcio mondiale, Cristiano Ronaldo, ha bissato nell’epilogo di Mosca l’errore commesso nella semifinale con il Barcellona. Forse non vi sono alternative realistiche ai penalty – l’Italia si qualificò per la finale degli Europei del ’68 con la monetina – ma il nostro quesito rimane irrisolto: se c’è un’etica nel pallone, la lotteria dei rigori rappresenta un momento di alta psicologia sportiva o la massima applicazione di sadismo applicata al calcio? Di sicuro qualcuno sta imprecando quegli undici metri maledetti: chissà se John Terry sarà sollevato dal sapere di essere in ottima compagnia.