HomeCulturaBenazir Butto, incontrando la figlia del Pakistan

Benazir Butto, incontrando la figlia del Pakistan

In parte sono figlia del destino. E’ stato il fato a condurmi dove mi trovo, contro i miei desideri più reconditi, ma io ho scelto di non mollare pur avendo sempre avuto la possibilità di farlo.

[oblo_image id=”1″]Sono parole di Benazir Bhutto, ennesima martire della follia omicida, forse dell’estremismo islamico, forse della tradizionale antipatia dell’ “Oriente” verso avvicinamenti o magari latenti “colonizzazioni” occidentali, o comunque molto semplicemente dell’eterna sete di potere che da sempre cosparge il mondo di sangue. Parole che comunque colpiscono, fanno pensare, tratte da un piccolo libro della giornalista americana Mary Anne Weaver, La figlia del Pakistan, incontri con Benazir Bhutto, in cui sono state raccolte una serie di interviste alla leader politica, e che ripercorrono la sua vita, le sue tragedie personali, i fallimenti e le vittorie. Ne esce fuori il ritratto di una donna, fisicamente bellissima e delicata, forte e appassionata, ma nel contempo consapevole del rischio che la sua missione comportava, o forse, come lei stessa dice, dell’ineluttabilità del destino.

[oblo_image id=”2″]Colpisce nel testo, semplice e coinvolgente, della Weaver, come i più tragici avvenimenti della vita, della Bhutto, quali l’assassinio per impiccagione del padre, quello del fratello, l’esilio, la persecuzione; portino ad una lucida interiorizzazione della caducità dell’esistenza umana che risulta come acquisita e in un certo senso accettata. E come questi sentimenti, che trapelano dalle sue parole, creino uno strano equilibrio tra la quotidianità di una moglie e di una madre e soprattutto di una donna, e l’impegno politico in un paese islamico, la vicinanza costante della morte, vissuta come una più che tangibile eventualità.

Condannare superficialmente, e sottolineo comunque giustamente, la morte della Bhutto, significherebbe cadere, in parte, nell’errore di certi commenti banali ad un avvenimento mediatico, che nella velocità della sua fruizione divide quasi sempre tra buoni e cattivi, belli e brutti. Più obiettivo sarebbe invece decostruire, cercare di entrare nel senso personale e comunitario, senza condividere, che porta due uomini a farsi saltare in aria, poichè una donna pakistana, ma laureata ad Oxford e cresciuta all’occidentale, viene vissuta come il nemico da eliminare, un nemico più sacro delle loro stesse vite. Non sta quindi a noi giudicare la diversità di pensiero, di religione, di appartenere ad una cultura piuttosto che a un’altra, sta però a tutti condannare la violenza come arma finale e necessaria, la violazione della libertà e della dignità di chi pur simile ci è diverso; l’odio, la rabbia, che spessosono solo il frutto dell’incapacità di scendere a compromessi con noi stessi e i nostri limiti.

[oblo_image id=”5″]Senza entrare nel merito delle dinamiche, dei meriti e delle colpe, resta comunque il fatto che Benazir Bhutto, con la sua morte, ci ha mostrato la passione di una convinzione, a dispetto di bellezza, potere e ricchezza. Resta il fatto che rischiare in prima persona per ciò che da la “ratio” ad alzarsi tutte le mattine trova una giustificazione, un senso individuale e sociale, ma, e forse sarà la banale riflessione di un’occidentale: odiare, eliminare l’altro poiché diverso, è comunque un’offesa capitale al solo fatto di essere uomini, alla dignità, e a qualsiasi pur sacra motivazione, religiosa o comunitaria. Un “in nome di”che non dovrebbe valere né per Dio, né per la Democrazia vissuti come archetipi di necessari totem da idolatrare.

Il libro, edito da Fusi orari, I libri diInterazionale, è nelle librerie e nelle edicole a 4 euro.

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