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Banca del Piemonte, Monica Tardivo nuova presidente ma leadership femminile resta un’eccezione: solo l’11% delle quotate ha una donna alla presidenza

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La nomina di Monica Tardivo alla presidenza di Banca del Piemonte, dopo vent’anni di guida di Lionello Jona Celesia, riporta al centro dell’attenzione il tema della presenza femminile ai vertici del sistema bancario e delle grandi imprese italiane. Un passaggio significativo per l’istituto torinese, che apre una nuova fase della propria governance affidando la presidenza a una professionista già presente nel consiglio di amministrazione.

Notaio, nata a Torino nel 1970, socia fondatrice dello studio PTG, Tardivo è specializzata in diritto societario, diritto di famiglia e successorio e ha maturato esperienze nei consigli di amministrazione di società quotate. La sua nomina si inserisce in un percorso di rinnovamento della governance della banca, che prevede anche l’ingresso dell’avvocato Alessandra Pene Vidari nel consiglio.

Ma quante sono oggi le donne che occupano realmente le posizioni di comando nelle banche e nelle maggiori società italiane? E quanto è cambiato il loro peso nei ruoli di presidente e amministratore delegato?

Banche, la leadership femminile resta limitata

Nel settore bancario la nomina di Tardivo si aggiunge a un gruppo ancora ristretto di donne che ricoprono incarichi di presidente o amministratore delegato. Tra i casi più significativi figura Bnl Bnp Paribas, dove la presidenza è affidata a Claudia Cattani e il ruolo di amministratrice delegata a Elena Patrizia Goitini, che ricopre anche responsabilità per il gruppo Bnp Paribas in Italia. Un caso di leadership femminile sia nella governance sia nella gestione operativa. Tra le altre figure emergono Erica Azzoaglio, presidente del Banco di Credito P. Azzoaglio. Nel settore bancassicurativo figura inoltre Paola Pietrafesa, amministratrice delegata di Allianz Bank Financial Advisors.

Un ruolo di primo piano nel panorama finanziario italiano è ricoperto da Claudia Parzani, presidente di Borsa Italiana dal 2022 e confermata nell’incarico nel maggio 2026, con Fabrizio Testa amministratore delegato. Avvocata esperta di diritto societario e corporate governance, Parzani è stata la prima donna a raggiungere la presidenza della società che gestisce Piazza Affari, oggi parte del gruppo Euronext.

Dall’energia ai servizi, le donne ai vertici delle grandi quotate

Allargando lo sguardo alle principali società quotate, il quadro presenta alcune figure femminili di primo piano, soprattutto nei ruoli di presidente. Tra queste Giuseppina Di Foggia, nominata presidente di Eni nel maggio 2026 dopo aver guidato Terna come amministratrice delegata dal 2023. Una carriera che rappresenta un caso di passaggio dalla gestione operativa alla presidenza di uno dei maggiori gruppi industriali italiani.

Un’altra figura è Silvia Maria Rovere, presidente di Poste Italiane, con Matteo Del Fante nel ruolo di amministratore delegato. Nel settore editoriale spicca Marina Berlusconi, presidente di Mondadori, società quotata a Piazza Affari, oltre che di Fininvest.

Si tratta di alcuni esempi che mostrano come le donne abbiano raggiunto posizioni di rilievo in settori diversi, dall’energia ai servizi, dall’editoria alla finanza, ma restino numericamente minoritarie rispetto ai colleghi uomini.

Il divario tra presenza nei consigli e ruoli di comando

A fotografare la distanza tra rappresentanza e leadership sono gli ultimi dati della Consob. Secondo il Rapporto sulla corporate governance pubblicato nel luglio 2026, a fine 2025 le donne occupavano il 43,6% degli incarichi nei consigli di amministrazione delle società italiane quotate considerate dalla rilevazione. Una percentuale superiore alla soglia minima del 40% prevista dalla normativa sulle quote di genere. La situazione cambia sensibilmente quando si osservano le posizioni apicali. Su 185 società quotate, soltanto 21 avevano una presidente donna, pari all’11,4% del totale, e appena 17 un’amministratrice delegata, il 9,2%.

Non solo. Il dato mostra una contrazione rispetto agli anni precedenti: nel 2023 le presidenti erano 31 e le amministratrici delegate 20, scese rispettivamente a 28 e 18 nel 2024. La maggiore presenza femminile nei consigli non si è quindi tradotta in un corrispondente aumento delle donne ai vertici.

Un andamento significativo se si considera il percorso compiuto negli ultimi quindici anni. La legge Golfo-Mosca del 2011, successivamente rafforzata dalle disposizioni introdotte con la legge di Bilancio 2020, ha contribuito a modificare profondamente la composizione dei consigli di amministrazione delle società quotate. Ma l’accesso alle cariche esecutive continua a rappresentare uno degli ostacoli principali alla piena parità nella governance delle imprese.

Il confronto europeo: Italia avanti nei consigli, indietro nei ruoli esecutivi

Il divario tra rappresentanza femminile e accesso alle posizioni di comando non riguarda soltanto l’Italia, ma attraversa l’intero sistema economico europeo. Con una particolarità: il nostro Paese si colloca tra quelli con la maggiore presenza di donne nei consigli di amministrazione, ma mostra risultati decisamente meno favorevoli quando si considerano le cariche esecutive.

Secondo il rapporto Gender Balance in Business and Finance 2025 dell’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE), pubblicato nel maggio 2026, le donne occupano il 33,6% dei posti nei consigli di amministrazione delle maggiori società quotate dell’Unione europea. In Italia la percentuale sale al 45%, contro il 46,5% della Francia, il 40,3% della Spagna e il 36,1% della Germania. La situazione si ribalta quando si passa alle responsabilità operative. Nell’Unione europea le donne rappresentano il 18,5% degli amministratori esecutivi, una quota che in Italia scende al 7,4%. Il confronto è particolarmente significativo con la Germania, dove la presenza femminile nelle posizioni esecutive raggiunge il 26%, e con i Paesi Bassi, dove arriva al 29,4%.

Ancora più evidente il divario ai massimi livelli delle imprese. Nelle maggiori società quotate europee le donne occupano poco più del 10% delle presidenze e meno del 10% delle posizioni di amministratore delegato. Una distanza che mette in evidenza i limiti dei progressi compiuti negli ultimi anni. Se le normative sulle quote di genere hanno favorito l’ingresso delle donne nei consigli, il loro effetto sulle posizioni esecutive è stato molto più contenuto.

Il problema riguarda anche il settore finanziario europeo. Nelle attività di intermediazione finanziaria le donne rappresentano il 52,6% degli occupati, ma soltanto il 23,8% dei dirigenti apicali delle maggiori società quotate del settore. A intervenire su questo squilibrio è anche la direttiva europea Women on Boards, che prevede per le grandi società quotate il raggiungimento di almeno il 40% di rappresentanza del genere meno rappresentato tra gli amministratori non esecutivi, oppure del 33% considerando complessivamente amministratori esecutivi e non esecutivi, con scadenza al 30 giugno 2026.

Il nodo resta tuttavia quello dell’accesso alle posizioni di maggiore responsabilità. La normativa contribuisce a riequilibrare la composizione dei consigli, ma non impone una quota specifica di donne amministratrici delegate.

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