“A 25 anni di distanza sono molto felice e impressionato che quei ‘cani’ continuino ad ‘abbaiare’. Il film è ancora vivo e credo dipenda dai personaggi: esseri umani spezzati, che cercano amore nel modo sbagliato, mettendo condizioni, prendendo decisioni sbagliate. È qualcosa con cui tutti, prima o poi, possiamo identificarci”. Così Alejandro G. Iñárritu, in un incontro virtuale con la stampa, torna a parlare di ‘Amores Perros’, il suo esordio alla regia che continua a risuonare nel presente. E proprio per celebrarne i 25 anni, il 10 luglio approda su Mubi in versione restaurata in 4k. “Quello che mi sorprende oggi è che a connettersi di più con questa storia siano i giovani. In Messico, alle proiezioni (il film è attualmente in programmazione nei cinema degli Stati Uniti, ndr) la maggior parte del pubblico aveva tra i 16 e i 27 anni. Mi chiedo cosa ci sia nel film che parli così tanto alle nuove generazioni: forse il tema dell’essere ‘spezzati’, le storie di assenza e di ferite che attraversano tutti i personaggi con i quali identificarsi”. Considerato uno dei titoli più influenti del ventunesimo secolo, ‘Amores Perros’ ha segnato il debutto di una straordinaria generazione di talenti, lanciando sulla scena internazionale Iñárritu, l’attore Gael García Bernal e il direttore della fotografia Rodrigo Prieto.
Sullo sfondo di Città del Messico, il film intreccia tre storie unite da un devastante incidente d’auto: due fratelli innamorati della stessa donna, un uomo disposto a rinunciare a tutto per seguire una modella e un ex sicario costretto a confrontarsi con il proprio passato. Un cerchio che non si chiude mai del tutto, dove persino il dolore può aprire la strada alla speranza. Attraverso una riflessione stratificata su amore, perdita, violenza e destino, Iñárritu compone il ritratto intenso di una città e dei fragili legami che uniscono esistenze solo in apparenza lontane. Per Gael García Bernal, il film resta un punto di svolta anche nella rappresentazione della mascolinità. “Il film parla della complessità della mascolinità, ma non in modo astratto: è dentro la storia, nelle motivazioni dei personaggi. Da attore non puoi dire ‘adesso esploro la mascolinità’: è impossibile recitarla così. Devi restringere il campo, capire cosa sta accadendo davvero, e metterlo nel personaggio”.
Rivedendolo oggi, l’attore percepisce “un risveglio, una perdita di innocenza”: “Siamo cambiati, sì, ma c’è ancora tanto da fare. Non ci eravamo mai visti così sullo schermo: eravamo abituati alla mascolinità di Top Gun o di altri film stranieri che arrivavano in Messico. ‘Amores Perros’ ci ha mostrato in un modo completamente nuovo”. Bernal riflette anche sul rapporto tra il film e il Paese: “Questo film ha avuto un impatto culturale enorme: il Messico sarebbe esistito comunque, ma il Messico di oggi non sarebbe lo stesso senza ‘Amores Perros’. Ha ridefinito lo sguardo su una geografia che esisteva già ma che nessuno raccontava. Non parlavamo di noi stessi, non ci interrogavamo davvero”. E ricorda il contesto politico dell’epoca: “Era l’inizio di una nuova idea di democrazia. Venivamo da un periodo di censura, in cui certe cose non si potevano dire. Il film introduceva un linguaggio nuovo, una forma narrativa che non avevamo mai visto. Questo è stato percepito anche nel resto del mondo”.
Iñárritu ricorda poi il bagaglio di esperienze con cui è arrivato al suo debutto: “Quando ho girato ‘Amores Perros’ avevo 35 anni, una famiglia, due figli. Non ero ‘giovane’ come si intende oggi, dove vediamo registi che a 20 anni presentano il loro primo film. Io arrivavo con anni di set, teatro, regia. Avevo la maturità per fare un film così. Molti si chiedono: ‘Come si può esordire con un film del genere?’. È vero, ma io ero già un padre: avevo un altro tipo di sguardo sul mondo”.
Il film ritrae la realtà sociale del Messico di 25 anni fa. Alla domanda se, dovendo girare ‘Amores Perros’ oggi, il Paese apparirebbe diverso, il regista risponde: “La verità è che sarebbe impossibile rifare Amores Perros. Io ero un altro, il Messico era un altro, tutto era diverso. È come guardare una foto di quando eri ragazzo: sei tu, ma non sei più quella persona. Non sei morto, esisti ancora, ma non sei più quel ‘te’. È una sensazione strana”. Per lui la bellezza dell’arte è proprio questa: “Fissare un frammento di ciò che eravamo. E quella è la traccia che abbiamo lasciato”. Poi osserva, con ironia amara: “Il Messico è ancora molto simile a quello di oggi, come lo è il mondo. Siamo sempre gli stessi idioti, purtroppo. Gli esseri umani non sono cambiati granché: siamo creature profondamente emotive. Non siamo esseri razionali, e questo ci crea un sacco di problemi”.
Sempre in occasione dei 25 anni, lo scorso autunno la casa editrice Mack ha pubblicato un volume dedicato a ‘Amores Perros’, che riunisce fotogrammi, fotografie di scena, materiali di backstage e ritagli della rassegna stampa, componendo un affascinante racconto della complessa realizzazione del film e del suo impatto. La costruzione struttura tripartita del film viene ripercorsa attraverso una selezione di immagini accompagnate dagli appunti scritti a mano da Alejandro G. Iñárritu, che svelano sottotesti, dinamiche narrative e motivazioni dei personaggi scena dopo scena, alternati agli storyboard originali di Fernando Llanos. Il design del libro, costruito come un collage visivo, riflette la natura frammentaria ma al tempo stesso incalzante della storia ideata da Iñárritu, in cui dramma, violenza, suspense e pathos si intrecciano continuamente. Arricchito da un nuovo testo dello stesso regista e dai contributi di Denis Villeneuve, Walter Salles, Jorge Volpi, Wendy Guerra, Elvis Mitchell e Fernando Llanos, il libro su Amores Perros offre uno sguardo approfondito sul metodo di lavoro e sul processo creativo di uno dei registi più influenti del cinema contemporaneo.