Il mercato globale dell’economia circolare è destinato a quasi triplicare entro il 2035, passando da 167 a oltre 491 miliardi di dollari. A spingere la crescita non è più soltanto la sensibilità ambientale, ma la pressione geopolitica: guerre, crisi energetiche e catene di approvvigionamento sempre più fragili stanno trasformando il recupero di rifiuti, acqua e materiali in una questione di competitività industriale. È quanto emerge dall’analisi dell’Osservatorio BrianzAcque, che ha incrociato i principali studi e indicatori internazionali per individuare le 10 trasformazioni destinate a guidare il settore nel prossimo decennio.
I numeri vengono dall’ultimo studio globale di DataM Intelligence: il tasso annuo composto di crescita del settore è stimato all’11,40%, con un balzo del 194% in dieci anni. La crescita del mercato globale stimata fino a quasi 500 miliardi di dollari dimostra che la sostenibilità è il più grande volano di investimenti del nostro secolo, afferma Enrico Boerci, presidente e amministratore delegato di BrianzAcque. Guerre, crisi energetiche e tensioni sulle materie prime ci stanno mostrando quanto possa essere rischioso dipendere dall’estero per risorse essenziali. Recuperare ciò che oggi viene sprecato non è più soltanto una scelta ambientale: significa ridurre i costi, recuperare valore e rendere più resilienti i nostri territori.
Il costo nascosto del modello lineare
Dietro la crescita dell’economia circolare c’è anche un calcolo economico preciso. Il Global Circularity Gap Report 2026, sviluppato da Circle Economy in collaborazione con Deloitte Netherlands, stima in circa 25,4 trilioni di euro l’anno il valore perso a livello globale per le inefficienze del modello economico lineare: una cifra equivalente a circa il 31% del PIL mondiale. Recuperare materia significa recuperare valore che oggi viene semplicemente disperso.
Le conseguenze arrivano anche alle famiglie. Secondo la Commissione europea, le politiche di ecodesign e di etichettatura energetica potrebbero generare entro il 2030 risparmi compresi tra 473 e 736 euro l’anno per nucleo familiare. Per le imprese il principio è analogo: meno materie prime acquistate, meno acqua consumata, meno esposizione alla volatilità dei prezzi delle commodities.
Il fronte occupazionale completa il quadro. L’International Labour Organization stima in quasi 6 milioni i posti di lavoro, diretti e indiretti, collegati al commercio internazionale di beni riciclabili, riutilizzabili e rigenerati.
L’Italia tra circolarità e dipendenza dall’estero
Per l’Italia la posta in gioco è alta. Il Rapporto sull’Economia Circolare in Italia 2026, realizzato dal Circular Economy Network in collaborazione con ENEA, registra un tasso di utilizzo circolare dei materiali del 21,6%. Un dato positivo, ma che convive con una vulnerabilità strutturale: il 46,6% delle materie prime trasformate proviene dall’estero. Recuperare materia significa quindi anche ridurre la dipendenza dalle importazioni e trattenere più valore all’interno del Paese.
La dipendenza riguarda anche minerali strategici. Il Global Critical Minerals Outlook 2026 dell’International Energy Agency segnala che per alcune materie — grafite, gallio e terre rare — oltre il 90% della raffinazione mondiale è concentrato in un unico Paese. In questo contesto, riutilizzare materiali già estratti equivale a ridurre l’esposizione agli shock geopolitici.
I 10 trend che ridisegnano il settore
Dall’incrocio tra studi internazionali, scenari geopolitici ed esperienza operativa, l’Osservatorio BrianzAcque ha identificato 10 trasformazioni che guideranno l’economia circolare globale nel prossimo decennio. Il primo è il Passaporto Digitale dei Prodotti: ogni bene sarà accompagnato da un’identità digitale — tramite QR code o tag RFID — che ne traccia composizione, provenienza delle materie prime, impronta di carbonio e indicazioni per riparazione e riciclo. Una svolta che renderà misurabile la circolarità lungo l’intera catena del valore.
Il secondo trend è l’applicazione dell’intelligenza artificiale alla selezione automatizzata dei rifiuti. Algoritmi di computer vision e robotica avanzata identificano e separano polimeri plastici, metalli e frazioni tessili con precisione crescente, aumentando la qualità delle materie prime seconde. Strettamente connessa è la simbiosi industriale tra acqua, rifiuti ed energia: i fanghi della depurazione producono biogas e biometano, il calore in eccesso alimenta reti di teleriscaldamento. Lo scarto di una filiera diventa la materia prima dell’altra.
Sul fronte dei modelli di business, crescono i sistemi Product-as-a-Service: il produttore non vende il bene ma il servizio che garantisce, con un incentivo economico diretto a costruire oggetti durevoli, riparabili e disassemblabili. Nell’automotive, la transizione elettrica rende strategica la gestione circolare delle batterie attraverso i Battery Passports, sistemi di tracciabilità di litio, cobalto e nichel che accompagnano ogni pacco batteria fino al riciclo finale.
Per le plastiche più complesse, il riciclo meccanico tradizionale non basta. Crescono gli investimenti in tecnologie avanzate come pirolisi e depolimerizzazione, che recuperano valore anche dalle frazioni più contaminate. Parallelamente, l’ecodesign modulare porta il riciclo già in fase di progettazione: meno colle permanenti, più componenti sostituibili e recuperabili.
Nei settori ad alto consumo idrico — tessile, chimica, carta, metallurgia — sistemi di filtrazione a membrana e osmosi inversa consentono di depurare e reimmettere nel ciclo produttivo l’acqua già utilizzata. La logistica inversa predittiva, supportata da piattaforme cloud e sensoristica IoT, ottimizza invece il ritorno di merci obsolete e imballaggi riutilizzabili. Chiude il quadro il modello delle bioraffinerie territoriali: rifiuti organici e scarti agroalimentari diventano biometano, bioplastiche e molecole ad alto valore aggiunto per farmaceutica e cosmetica.
Da costo di smaltimento a risorsa economica
La traiettoria che emerge dall’analisi è chiara. L’economia circolare non è più un tema di nicchia ambientale: è una risposta concreta alla fragilità delle catene di approvvigionamento globali e alla volatilità dei prezzi delle materie prime. Per l’Osservatorio BrianzAcque, la trasformazione da osservare nei prossimi anni è il passaggio da un sistema che paga per smaltire gli scarti a uno che compete per recuperarne il valore. Sostenibilità ambientale, sicurezza delle risorse e sviluppo economico dei territori tendono sempre più a coincidere.