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30 anni dopo. Chiedi chi era Jesse Owens…

[oblo_image id=”1″] Nello sport trent’anni non sono una pausa, ma un’eternità ingrata che tende a cancellare record, campioni e vittorie. Eppure, a trent’anni dalla sua morte, il nome di Jesse Owens è ancora scolpito a caratteri indelebili nella storia dello sport.

“Amo correre perché quando corri puoi contare solo sulle tue gambe e sul coraggio dei tuoi polmoni”. Così si descriveva il più grande velocista di tutti i tempi, il modello che ha ispiratato Carl Lewis e Usain Bolt. Eppure l’infanzia di Jesse Owens è simile a quella di tanti altri adolescenti afro-americani durante gli anni della segregazione razziale. La famiglia è povera e si trasferisce nell’Ohio. Frequenta la scuola al mattino, al pomeriggio è costretto a svolgere piccoli lavori per far tornare i conti a casa. Il suo insegnante di ginnastica, Charlie Riley, si accorge che Jessie è più veloce anche dei ragazzi più grandi e gli propone di entrare nella squadra della scuola. Jesse lo ringrazia ma risponde di non poter dedicare i pomeriggi all’atletica. Riley non è un tecnico professionista ma non è così sprovveduto da perdere quel talento e si offre di allenarlo al mattino prima delle lezioni. Sotto la sua guida Owens cresce fino a far parte della rappresentativa nazionale giovanile, ma deve sopportare anche l’offesa delle discriminazioni razziali. Gli tocca vivere all’esterno del campus universitario con altri sportivi afro-americani; durante le trasferte è costretto a mangiare nei ristoranti riservati ai neri.

In pista, però, non deve fare concessioni a nessuno e si prepara per il meeting del Big Ten. Doveva essere una gara come tante, sarà ricordato come “the day of the days”. Owens abbatte i record dei 100 metri, dei 200 e del salto in lungo varcando il muro degli 8 metri. Tutto in meno di un’ora e senza mostrare una goccia di sudore. L’obiettivo si sposta inevitabilmente verso i Giochi di Berlino, le Olimpiadi organizzate dal regime nazista per celebrare la superiorità della razza ariana. Come sempre, la risposta Jesse la offre in pista. Conquista l’oro nei 100, nei 200, nel santo in lungo e nella staffetta. È il primo americano a conquistare quattro ori olimpici: Hitler si rifiuta di stringergli la mano ma il pubblico si alza in piedi per applaudirlo. Molti anni più tardi, Owens rivela i retroscena della finale del lungo. Dopo aver commesso due salti nulli, è proprio il tedesco Luz Long, pupillo del pubblico e del regime, a suggerirgli di anticipare la rincorsa sulla pedana. Terminata la gara, sempre Long è il primo a complimentarsi con Owens. Da quel momento inizia un’amicizia forte capace di resistere anche alla guerra. Diventato ufficiale dell’esercito nazista, Long chiede a Owens di far sapere al figlio che l’amicizia può essere più forte delle barriere e delle divisioni. Il tedesco muore nella battaglia di Cassino, Owens impiega anni per rintracciare la famiglia ma alla fine riesce a recapitare il messaggio.

Le medaglie e i record non gli regalano la ricchezza. Il più grande atleta per sopravvivere è costretto a trasformarsi in un fenomeno da baraccone. Non fa più gare ufficiali che saranno anche stimolanti ma non rendono economicamente e comincia a sfidare cavalli, bici, auto e moto. Ci vogliono anni prima che Jesse si accorga di essere sfruttato, ma alla fine ritrova il coraggio di ripartire da zero. Riprende gli studi, inizia a divorare libri e riviste. Diventa responsabile delle pubbliche relazioni, prima di essere richiesto come commentatore per programmi sportivi.

I riconoscimenti arrivano con trent’anni di ritardo. Nel ’76, il presidente Ford gli consegna la Medaglia per la libertà, il massimo titolo per un civile americano e gli riserva queste parole: “Owens ha superato le barriere del razzismo, della segregazione e del bigottismo mostrando al mondo che un afro-americano appartiene al mondo dell’atletica”. Berlino gli dedica una via a pochi passi dallo stadio dove aveva dipinto il suo capolavoro, a Cleveland viene eretta una statua in bronzo. Quando sono legati ai miti, i ricordi non vengono scalfiti dal tempo e trent’anni scorrono via come una volata di 100 metri.

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