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Venezia 83, Riccardo Scamarcio: “Da quando è nata mia figlia ho capito il significato di amare al di là di te”

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“Non è una cosa razionale, ma sono sicuro che abbia giocato un ruolo fondamentale. Da quando è nata mia figlia ho capito cosa vuol dire amare qualcuno al di là di te, ed è potentissimo”. Così all’Adnkronos Riccardo Scamarcio, che arriva alla 83esima Mostra del Cinema di Venezia con una delle sue interpretazioni più intense, insieme al regista Tommaso Landucci con un film che sceglie la via più difficile: raccontare la normalità senza forzarla, senza cercare il colpo di scena, lasciando che la vita scorra così com’è. ‘I figli della scimmia’ – presentato nella sezione Orizzonti – è la storia di un padre diviso tra il figlio reale e quello immaginato, tra ciò che vede e ciò che vorrebbe vedere. Landucci spera che il film parli a un pubblico molto più ampio della sola esperienza della disabilità: “Spero che il film parli non soltanto a chi ha un figlio con disabilità, ma a tutti i genitori che vedono nel proprio figlio il proprio erede”, dice, convinto che la forza del racconto stia proprio nella sua universalità.

‘I figli della scimmia’ – nelle sale dal 17 settembre con Medusa – segue Dario (Scamarcio), padre di un bambino disabile al quale dedica ogni cura e attenzione, e che ha un rapporto profondissimo con il figlio adolescente di suo fratello. Nel crescente legame con il nipote ritrova il figlio che avrebbe voluto avere e assume il ruolo del padre che immaginava di poter essere. Un gioco di proiezioni e desideri inespressi che finisce per incrinare il suo equilibrio interiore e travolgere l’intera famiglia. Per Scamarcio, qui anche produttore con la sua Lebowski, questo è un film che “fotografa molto bene la dinamica tra un genitore e un figlio. Il fuoco della storia è l’educazione sentimentale di un padre”. La scelta narrativa di evitare svolte, scene madri e turning point è stata per entrambi una scommessa. “Per noi era importante che l’emozione scaturisse dal quotidiano. Era il nostro punto di partenza”, spiega Landucci. Scamarcio rilancia: “Leggendo il copione ho detto: ‘È incredibile'”, perché “eludeva i cliché, i colpi di scena, i turning point. Il film è liquido, senza grandi movimenti di plot, ma con un crescendo fortissimo di una sensazione, un’atmosfera”.

Landucci affonda la radice del film in una fiaba di Esopo: una scimmia che ama e nutre solo uno dei suoi due cuccioli, trascurando l’altro. “A differenza della fiaba, qui si parla di un genitore chiamato a dividersi fra due figli: quello reale e quello ideale”, spiega. “È il racconto di un conflitto intimo, inevitabile, che mette continuamente in discussione il fragile equilibrio fra generosità ed egoismo, amore e desiderio, accettazione e rimpianto”. Il regista affronta anche un tabù: nessun genitore desidera avere un figlio con una disabilità. “Questo non mette in discussione l’amore, ma nel loro caso l’esistenza prende una direzione alla quale nessuno può essere preparato. Spesso, prima del dolore per un figlio nato con una disabilità, arriva quello di una perdita: il lutto per l’altro figlio, quello immaginato e atteso durante la gravidanza”. Da qui la domanda che ha acceso il film: cosa accade a un padre se quel figlio immaginato, un giorno, compare davvero?

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