A Magdeburgo il cordone sanitario contro l’estrema destra è arrivato quasi al suo limite matematico. LAfd ha vinto le elezioni in Sassonia-Anhalt con il 43,8% e 39 seggi su 83. Per costruire una maggioranza ne servono 42. Cdu, Spd e Verdi insieme non bastano. Nemmeno aggiungendo la Linke. Per superare l’Afd servirebbe anche il Bsw di Sahra Wagenknecht: una coalizione che attraverserebbe quasi tutto l’arco politico tedesco.
Oggi in Francia, a pochi mesi dalle presidenziali del 2027, l’ex ministro Clément Beaune e Philippe Grangeon (uno degli uomini che costruirono il macronismo) hanno proposto un grande fronte contro Marine Le Pen: dalla sinistra moderata di Raphaël Glucksmann alla destra di Xavier Bertrand. L’idea è che il Rassemblement national rappresenti ormai il pericolo prioritario e che il fronte per fermarlo vada costruito prima ancora del voto.
Nelle stesse ore dalla Germania è arrivata una proposta molto simile. In un’intervista a Repubblica, Andreas Schwab, eurodeputato della Cdu e figura di peso del Ppe, ha indicato come possibile risposta una “larghissima coalizione” per tenere fuori l’Afd, contemplando anche un’intesa con la Linke. Una scelta fino a ieri difficilmente immaginabile per i cristiano-democratici.
Il problema è che l’aritmetica uscita dalle urne rende persino questa soluzione insufficiente. Per avere una maggioranza contro i 39 deputati dell’Afd servirebbe mettere insieme Cdu, Spd, Verdi, Linke e Bsw: partiti con posizioni profondamente diverse uniti solo dall’obiettivo di impedire all’estrema destra di prendere il potere.
In un sistema proporzionale, una coalizione può costruire una maggioranza con un solo punto nel programma: “non loro”. Ma poi deve governare. Deve decidere su tasse, pensioni, immigrazione, energia, spesa pubblica. E se un esecutivo costruito mettendo insieme quasi tutto il sistema politico producesse paralisi e compromessi poco leggibili, l’Afd avrebbe un argomento ancora più potente per la campagna successiva: si sono messi tutti insieme contro di noi e non riescono comunque a governare.
Cinque anni fa il partito guidato da Chrupalla e Weidel aveva in Sassonia-Anhalt poco più del 20%. Domenica ha superato il 43%. Non può ancora governare da solo. Se Ulrich Siegmund entrasse oggi in una coalizione dovrebbe negoziare ministri, bilanci e leggi e sarebbe costretto a rispondere dei risultati in un contesto socio-economico e internazionale complesso. Se invece restasse all’opposizione e alle prossime elezioni arrivasse oltre il 50%, potrebbe governare senza il freno politico di un alleato più moderato.
Naturalmente rimarrebbero la Costituzione, i tribunali, il sistema federale e gli altri contrappesi istituzionali. Ma sparirebbe quello più immediato: un partner di governo con il potere di bloccare le scelte più radicali.
La storia politica europea offre diversi esempi di partiti populisti o di estrema destra che hanno pagato l’ingresso al governo.
Il più netto è lAustria. Nel 1999 la Fpö di Jörg Haider ottenne il 26,9% e l’anno successivo entrò nel governo guidato dal conservatore Wolfgang Schüssel. Il passaggio dalla protesta all’amministrazione provocò conflitti interni e mise il partito davanti alla difficoltà di mantenere le promesse. Alle elezioni del 2002 precipitò al 10%.
Qualcosa di simile è accaduto a Geert Wilders nei Paesi Bassi. Nel 2010 il Pvv ottenne oltre il 15% e sostenne dall’esterno il governo di minoranza di Mark Rutte. Quando due anni dopo fece cadere l’esecutivo, alle elezioni scese poco sopra il 10%. Più recentemente il Pvv, dopo il trionfo del 2023 e l’ingresso nella maggioranza che sosteneva il governo Schoof, ha nuovamente pagato il passaggio dalla campagna elettorale alla responsabilità di governo.
In Norvegia il Fremskrittspartiet, il Partito del progresso, entrò nel governo della conservatrice Erna Solberg nel 2013 con il 16,3%. Dopo sette anni, nel 2021 era sceso all’11,6%. Tornato all’opposizione, nel 2025 è risalito al 23,8%.
Il meccanismo è abbastanza intuitivo. Il junior partner di una coalizione non può più promettere tutto. Deve accettare compromessi, votare leggi di bilancio, rinunciare ad alcune bandiere e spiegare ai propri elettori perché una parte del programma non viene realizzata. Governare consuma consenso.
Anche in Italia si sono viste traiettorie simili: la Lega di Salvini raggiunse il suo massimo alle Europee del 2019 – l’estate dei “pieni poteri” – con il 34,3%. Alle politiche del settembre 2022 era scesa all’8,8%. Nel mezzo c’era stata l’esperienza del governo Draghi, sostenuto dalla Lega dal febbraio 2021: un esecutivo europeista, incentrato sul Pnrr e sulla disciplina di bilancio europea, nel quale Salvini aveva dovuto mettere da parte le battaglie identitarie che ne avevano alimentato l’ascesa. Fratelli d’Italia, invece, era rimasto all’opposizione. Quando si tornò alle urne, fu Meloni a raccogliere gran parte del voto di protesta e di destra: FdI passò dal 4,4% del 2018 al 26% del 2022, mentre la Lega perse circa tre quarti dei consensi raccolti tre anni prima.
Il caso Meloni, che secondo i sondaggi viaggia su percentuali superiori a quelle delle ultime politiche, va distinto da quelli di Haider o dell’Afd. È vero che il suo partito ha radici nella tradizione post-fascista italiana, ma Meloni negli anni ha esplicitamente condannato fascismo, razzismo e antisemitismo e nessuno ha mai davvero pensato che contro di lei andasse schierato un cordone sanitario paragonabile alla “Brandmauer” costruita in Germania intorno all’Afd.
La sua esperienza dimostra che governare non indebolisce necessariamente un partito sovranista se questo riesce a guidare la coalizione e anche disporre della premiership: in questo modo può attribuirsi i risultati dell’esecutivo e mantenere una propria identità. Un junior partner, invece, rischia di pagare insieme il prezzo delle decisioni impopolari e l’impossibilità di realizzare il proprio programma.
Certo, il potere logora pure chi ce l’ha: l’ascesa di Roberto Vannacci e le frasi dei suoi parlamentari (fuoriusciti dall’attuale maggioranza) girano intorno all’accusa al centrodestra di governo di essersi “imborghesito” e di non aver mantenuto le promesse più radicali.
Germania e Francia hanno davanti scelte simili.
Il “tutti contro Le Pen” per oltre 50 anni ha impedito al fondatore Jean-Marie e alla figlia Marine di vincere elezioni. Il Front/Rassemblement National non ha mai fatto parte di una coalizione di governo a livello nazionale o di dipartimento, conquistando giusto la guida di qualche comune.
Ma nel 2027 le cose potrebbero cambiare. Beaune e Grangeon sostengono che la coalizione dovrà avere una base politica e valoriale comune e non essere un semplice assemblaggio elettorale. Ma esistono precedenti simili? Torna alla mente l’acronimo usato nel 2010 da Giuliano Ferrara: TTB, Tutto tranne Berlusconi. Coalizioni abbastanza larghe da bloccare l’ascesa di un movimento politico si rivelano troppo eterogenee e si sbriciolano rapidamente.
E ogni fallimento rafforza la narrazione di chi resta fuori dal Palazzo: noi contro tutti gli altri, il popolo contro il sistema, gli esclusi contro l’establishment che cambia alleati pur di non farci governare.
Il cordone sanitario ha una sua logica politica e democratica. Evita che partiti considerati illiberali possano incidere direttamente sulle istituzioni e che le forze moderate li legittimino attraverso un’alleanza. Ma non elimina le ragioni per cui gli elettori li votano.
La lezione di Austria, Paesi Bassi e Norvegia si può riassumere così: “fateli governare e perderanno voti”. Questo fu il ragionamento anche di Emmanuel Macron, almeno a sentire il padre: nel 2024 rivelò in un’intervista che il figlio aveva sciolto l’Assemblea Nazionale dopo il successo del Rassemblement National alle Europee con l’obiettivo per arrivare alla “coabitazione”: Macron all’Eliseo, Bardella primo ministro, così che alle presidenziali del 2027 il movimento di Le Pen sarebbe arrivato spompato da tre anni al (semi)comando, tra vincoli europei di bilancio, proteste per le pensioni e rogne internazionali. Il piano non ha funzionato: la destra non è caduta nella trappola e i moderati hanno preferito costruire una coalizione parlamentare “purchessia”, con l’unico risultato di aver bruciato quattro diversi primi ministri.