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Venezia 83, Paolo Strippoli: “Il controllo non è colpa dei social, è nella natura umana”

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Il bisogno di controllo che pervade la società non è un fenomeno nato con i social media, ma un tratto universale e atemporale della natura umana. Ne è convinto il regista Paolo Strippoli, che alla Mostra del Cinema di Venezia, in occasione della presentazione del suo film in concorso ‘L’Estranea’, rigetta l’idea che l’ossessione per il controllo sia unicamente figlia del nostro tempo. Il film, con un cast che include Jasmine Trinca, Romana Maggiora Vergano, Adriano Giannini e Valeria Bruni Tedeschi, racconta di una donna che si presenta all’improvviso a casa della propria figlia per svelarle la verità sulla loro famiglia, segnata da un patto stretto molti anni prima con un’estranea. Un segreto custodito a lungo che ora torna a reclamare il suo prezzo. Al centro del film c’è una domanda: quanto male possiamo compiere scambiandolo per amore? “Ogni tanto l’amore diventa controllo e il controllo ha un effetto pericoloso sulla persona che abbiamo di fronte”, racconta Strippoli all’Adnkronos. “È pericoloso soprattutto quando si tratta di un controllo nei confronti dei propri figli, fatto di aspettative e ambizioni. Questo non vuol dire che i personaggi di questa storia siano malvagi. Anzi, è il loro modo di proteggerli dal futuro, da un mondo che temono non li accetti se non rispettano determinate caratteristiche”.

Il problema, sottolinea il regista, “è che molto spesso la vita va in direzioni impreviste, le aspettative cambiano e se i genitori non sono malleabili e pronti ad accettare queste direzioni diverse, arrivano ‘le estranee’. E quando arrivano, allora ci si fa male veramente”. Alla domanda se il tema del controllo sia oggi più potente nell’era dei social media, dove l’illusione di poter controllare la propria immagine e la vita degli altri è così pervasiva, Strippoli risponde: “No, penso che lo sia sempre stato. Penso che sia parte della natura umana. Da un punto di vista universale e atemporale, la convinzione, tipica di una certa narrazione occidentale, è che ci si deve valutare. Forse ha a che fare anche con una perdita di un certo senso di spiritualità con cui mi scontro ogni giorno”.

“Per quanto ci provi – prosegue – penso che non sia mai abbastanza curare lo spirito e provare a vivere la vita non galleggiando, ma accogliendo gli ostacoli, non pensando di dover tenere le braccia sempre tese sul volante”. Il regista ha esplorato questa idea di controllo attraverso lo sguardo femminile, rivelando un’ispirazione personale: “Ho avuto la fortuna di avere genitori aperti che mi hanno lasciato libero di fare qualsiasi cosa. Eppure, nonostante sia autonomo da tanto tempo, sento ancora una responsabilità nei loro confronti. Soprattutto nei confronti di mia mamma”. “Forse ha a che fare con l’essere un figlio maschio. Ho paura di deluderla nelle cose che faccio nella mia vita. E quindi ho provato a immedesimarmi in figli che, nel momento in cui deludono i genitori, sentono un peso molto più schiacciante: quello di un’aspettativa che è la prigione da cui, per tutta la vita, soprattutto il personaggio di Alice (interpretata da Romana Maggiora Vergano, ndr), ha provato a fuggire. Ma non si può vivere fuggendo. A un certo punto ti devi scontrare con questo trauma, e loro si scontreranno all’interno di questa casa, nel 2026, in un’arena che sembra un ring”.

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