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Venezia 83, Martin McDonagh: “Il senso di colpa? Lo pratico molto, i politici non abbastanza”

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Martin McDonagh torna in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia con ‘Wild Horse Nine’, l’opera targata Searchlight Pictures che intreccia politica, memoria e ironia, e che affonda le radici nel senso di colpa come motore morale. “Io mi confronto spesso con il senso di colpa, anche se non faccio davvero nulla di male. Ma non credo che i politici lo facciano abbastanza”, dichiara all’Adnkronos il regista premio Oscar, che al Lido ha già presentato ‘Tre manifesti a Ebbing, Missouri’ e ‘Gli spiriti dell’isola’. Per lui, la responsabilità dovrebbe essere un esercizio quotidiano soprattutto per chi detiene il potere: “Sono loro quelli che dovrebbero praticarla tutto il tempo”. Nonostante la durezza del presente, McDonagh non rinuncia a una nota di speranza: “Non so se le cose siano peggiorate rispetto al passato, ma spero di no. Ho speranza che le cose possano migliorare”. La più grande colpa dei tempi di oggi? “La mancanza di empatia e l’assenza di umiltà”, dicono all’ Adnkronos i protagonisti del film John Malkovich e Sam Rockwell.

Il film – dal 5 novembre nelle sale – si apre poco prima del colpo di Stato cileno del 1973: gli agenti della CIA Chris (Malkovich) e Lee (Rockwell) vengono inviati dal loro capo, MJ (Steve Buscemi), sull’Isola di Pasqua. Tra le statue di Rapa Nui, i due uomini si confrontano con i propri trascorsi e con le cospirazioni del presente, mentre il legame di Chris con due studentesse ribelli rischia di far deragliare la missione. È un racconto che affonda nell’interventismo americano e nelle sue conseguenze, un tema che McDonagh aveva chiaro fin dall’inizio: “Quando ho scritto la sceneggiatura, nella mia testa era tutto legato a ciò che è accaduto negli Anni 70 e al coinvolgimento della CIA nel destabilizzare e rovesciare il governo eletto, come sappiamo”. Solo dopo aver completato il film, confessa, ha percepito quanto quelle dinamiche risuonino nel presente: “È solo da quando il film è stato finito che i collegamenti con l’oggi sembrano molto più palpabili”. Per lui, la reazione del pubblico contemporaneo è parte essenziale del discorso politico dell’opera: “È molto interessante vedere cosa ne pensa un pubblico moderno, o quali connessioni verranno fatte”. La sua conclusione è amara ma lucida: “In qualche modo la storia continua a ripetersi. E in qualche modo dobbiamo trovare il modo di impedirlo”.

Malkovich e Rockwell portano sullo schermo due uomini che vivono sospesi tra rimpianti, ironia e disincanto. Rockwell parte da una riflessione sulla sua vita e carriera: “Credo che riflettiamo costantemente sul significato della nostra esistenza”, cercando di “trovare un senso”. Fondamentalmente, prosegue l’attore, “pagano me e John per essere bambini davanti a una camera o su un palco. È un lavoro sciocco, in un certo senso, anche se lo prendiamo molto sul serio”. Malkovich, invece, si tiene alla larga dai bilanci della vita e della carriera: “Io non rifletto davvero sul passato. Ho avuto una vita incredibile, di cui sono molto grato. Ho fatto un milione di errori, ma non ho abbastanza interesse in me stesso per mettermi lì a ripercorrerla. A dire la verità, cerco solo di viverla finché potrò”.

L’ironia, nel film, non è solo un tratto stilistico. “Per me, come filmmaker e come narratore, l’umorismo è sempre un modo per permettere al pubblico di entrare in una storia che è oscura, politica e triste in molti aspetti”, spiega McDonagh. Senza una chiave ironica, ammette, un film così complesso rischierebbe di respingere gli spettatori: “Se il pubblico vede che sarà solo una storia politica su due tipi duri, io stesso non avrei necessariamente voglia di vederla. Ma quando aggiungi humour, permetti allo spettatore di entrare nella storia: così puoi introdurre riflessioni politiche quasi in sordina, mentre allo stesso tempo gli consenti di godersi il film”. Il suo obiettivo finale è chiaro: “La mia speranza è che uno spettatore che non conosce la politica o la storia vada poi a informarsi su ciò che è accaduto in Cile, in Guatemala, nel Congo e in tutti quei luoghi”, conclude. (di Lucrezia Leombruni)

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