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Usa, analista Teheran: “Midterm non cambiano strategia, nessuna illusione su divisioni a Washington”

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“Il controllo del Congresso da parte dei democratici non cambierà i calcoli strategici degli Stati Uniti nei confronti dellIran. Non credo che Teheran stia puntando sulle divisioni interne a Washington“. Afifeh Abedi, analista del Centro per la Ricerca Strategica di Teheran, legato al Consiglio del Discernimento, ridimensiona in un’intervista all’Adnkronos le possibili conseguenze delle elezioni di midterm sulla strategia di Donald Trump nei confronti dellIran. A suo giudizio, tra democratici e repubblicani non c’è differenza sostanziale negli obiettivi, ma soltanto nelle modalità con cui intendono raggiungerli.

“Non esiste una differenza fondamentale tra democratici e repubblicani nella loro volontà di perseguire un cambio di regime in Iran o nei tentativi di spingere il popolo iraniano a sollevarsi contro il governo. La differenza sta nelle tattiche”, afferma Abedi. Anche le pressioni dei democratici per mettere fine alla guerra, aggiunge, vanno ricondotte alla competizione politica interna. “Devono rispondere agli elettori che li hanno votati con la promessa di mettere fine al conflitto”. Una posizione, sottolinea, in linea con quanto espresso dalla Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, nel messaggio di mercoledì scorso, in occasione dell’anniversario dell’occupazione dell’ambasciata americana a Teheran.

Quanto a Trump, secondo Abedi ha fatto coincidere il proprio destino politico con l’esito della guerra. “Ha personalizzato la questione della guerra con lIran e considera un passo indietro una sconfitta importante”. D’altra parte, riprendere le operazioni militari comporterebbe rischi considerevoli per Washington. “È chiaro che una nuova guerra si trasformerebbe in un pantano dal quale per gli Stati Uniti sarebbe difficile uscire, non meno di quanto lo sia stato in precedenza”. L’amministrazione americana, osserva, potrebbe averne preso coscienza e “questo potrebbe spiegare la sua notevole esitazione nel decidere di riprendere il conflitto”.

La prudenza di Washington potrebbe essere anche all’origine dei tentativi di riaprire il negoziato anche se le prospettive di un’intesa restano incerte. “Gli sforzi americani per negoziare con lIran sono aumentati, ma le azioni e le dichiarazioni di Trump degli ultimi mesi hanno creato ostacoli che rendono sempre più difficile raggiungere un accordo”, afferma l’analista.

Teheran, tuttavia, continua a indicare nella diplomazia la via d’uscita dalla crisi e ha “sempre sostenuto che la soluzione alla controversia con gli Stati Uniti debba essere il negoziato”. Abedi richiama il precedente del Jcpoa, l’intesa sul nucleare del 2015: “LIran ha già dimostrato il proprio impegno raggiungendo quell’accordo”. La fiducia nei confronti di Washington, però, è stata compromessa dagli sviluppi successivi. “Il ritiro di Trump dall’intesa, l’uccisione di funzionari iraniani, il mancato ripristino da parte dell’amministrazione Biden della partecipazione degli Stati Uniti all’accordo e le guerre più recenti hanno lasciato lIran profondamente diffidente e disilluso sulla possibilità di un’intesa con Washington“, precisa.

Nonostante tutte le riserve, il negoziato resta inevitabile. “Anche con tutte le sue riserve e il suo pessimismo, lIran continua a partecipare ai colloqui e a fissare condizioni precise per evitare che gli Stati Uniti lo ingannino o vengano meno ancora una volta ai propri impegni”, spiega Abedi. Tra gli ostacoli a un accordo, l’analista indica Israele. “Accanto alla personalità dominante di Trump e alle sue ambizioni egemoniche, Israele resta un grande ostacolo al raggiungimento di un’intesa – conclude – Cercherà ancora una volta di far deragliare qualsiasi possibile accordo”.

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