“Non sono uno che cancellerebbe tutto ciò che ha fatto Sala, ma Milano corre a due velocità e oggi serve una svolta”. Pietro Tatarella, ex esponente di Forza Italia in Consiglio comunale, si propone come il profilo “politico e riformista” in grado di ricompattare il centrodestra milanese e intercettare l’elettorato moderato alle elezioni a sindaco. Dopo una parentesi giudiziaria durata sette anni e chiusasi con una piena assoluzione, Tatarella rinnova il suo impegno, ricordando come Milano “sta perdendo il proprio ceto medio”. E non risparmia nessuno: ridimensiona le proposte del centrosinistra, critica le uscite del leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci e risponde alla querela annunciata da Pierfrancesco Majorino.
Quali ritiene siano le problematiche più urgenti da affrontare?
In primis la sicurezza. I fatti di cronaca sono sempre più diffusi e la politica a volte fa l’errore di mettersi in coda alla cronaca e prendere delle decisioni a caldo. La politica dovrebbe avere una programmazione per la gestione della sicurezza. Le risposte non sono le ronde, è un modello che non funziona. Quello che serve è dotare gli agenti di strumenti idonei a contrastare alcuni fenomeni, come il taser. Deve poi esserci un uso massiccio delle tecnologie di sicurezza. È un tema che ritorna sempre alla diseguaglianza sociale, il fenomeno baby gang è frutto di questo. Se si interviene in merito è possibile attenuare questi fenomeni. Serve anche più verde: la destra deve avere il coraggio di affrontare il tema ambientale. Insieme all’inquinamento, si tratta di tematiche prioritarie per questa città. Deve poi esserci un forte contrasto al degrado e allo spaccio di stupefacenti, basta andare nei parchi per rendersene conto, vedo sempre più ragazzi in strada che fanno uso di nuovi tipi di droghe. Sul tema della casa, le risposte il centrodestra le aveva già date quando ha amministrato, tramite edilizia convenzionata, con tanti strumenti per dare una casa al ceto medio. Ma tutto questo non deve farci dimenticare la vocazione internazionale di Milano, diventata tale perché la politica ha saputo accompagnare il lavoro delle università, delle imprese e di tutti quelli che ogni giorno riescono a rendere Milano più attrattiva. Dopodiché ci può essere anche continuità con quello che ha fatto Sala negli ultimi anni: non sono uno di quelli che cancellerebbe tutto quello che ha fatto il sindaco negli ultimi dieci anni.
Cosa serve a Milano per tornare a essere una città di tutti?
È necessario livellare le grosse differenze sociali di questi anni, sono tantissimi quelli che hanno scelto di andarsene perché non ce la fanno più a stare a Milano. È del tutto evidente che esista una Milano a due velocità: una parte della città sta correndo tanto, un’altra è fatta di famiglie che hanno grosse difficoltà a vivere. Il compito della politica è cercare di avviare politiche di welfare che vadano incontro a queste esigenze. Oggi non bastano servizi sociali che aiutano le fasce più deboli, ma c’è la necessità di erogare servizi per le famiglie e per quel ceto medio che rimane fuori da quelli che sono gli aiuti del welfare milanese.
Lei si sente un candidato più civico o politico?
Mi sento assolutamente un candidato politico. Ho fatto politica per 20 anni della mia vita ed è un’esperienza che non rinnego, dove ho imparato tanto. Poi quell’incidente di percorso che mi ha costretto per 7 anni a stare lontano dalla vita politica (lo scorso gennaio Tatarella è stato assolto pienamente nell’inchiesta “Mensa dei poveri”, partita nel 2019, e per la quale era stato sottoposto a 46 giorni di isolamento, quattro mesi in carcere e due mesi ai domiciliari ndr), mi ha arricchito. Ho osservato la città da un punto di vista differente ed è proprio da qui che nasce la mia disponibilità a candidarmi. Quando sei dentro la bolla della politica non ti rendi conto di quello che realmente serve ai cittadini e quali interventi sono prioritari.
Pensa ci sia un distacco tra l’attuale amministrazione e i bisogni della città?
Il tiro al piccione contro Sala degli ultimi giorni non mi entusiasma, ritengo che abbia fatto delle cose buone. Mi fa sorridere quella parte della sinistra che chiede discontinuità con gli ultimi dieci anni di amministrazione. Ritengo sia ingeneroso nei confronti dell’attuale sindaco, ma ho visto che Sala inizia a togliersi qualche sassolino dalle scarpe. È evidente che avrebbero potuto lavorare molto meglio su alcuni temi, ma la responsabilità non è solo del sindaco. Il problema è la maggioranza che lo sostiene e io credo che la prossima, se dovesse vincere ancora il centrosinistra, sarà una maggioranza dove non ci sarebbe più quel Pd riformista di dieci anni fa, ma uno molto più spostato a sinistra e anche la politica della prossima amministrazione risentirà di un approccio ancora più ideologico.
Mario Calabresi è sceso in campo, candidandosi alle primarie del centrosinistra…
È un bravo giornalista, ma un bravo giornalista non è detto che sia un bravo sindaco. Credo che dovrà dimostrare di avere le competenze giuste e di sapere guidare la macchina dell’amministrazione comunale. Ritengo che sia l’ennesimo candidato espressione del salotto della città, mi sento di dire ai milanesi che forse è arrivato il momento di scegliere un sindaco che sia effettivamente espressione di tutta la città. Ho avuto modo di ascoltare i suoi podcast e conosco le sue posizioni sui temi dell’economia interna, della politica interna e della destra, ma conosco anche chi lo sostiene. Avrà un po’ le mani legate, e non è una figura paragonabile a quella di Beppe Sala. Sala arrivava da un’esperienza importante come quella di Expo e prima ancora era direttore generale del comune. Calabresi invece arriva da un mondo che è totalmente estraneo alle politiche amministrative e agli enti locali.
Dall’altra parte, il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, ha proposto il generale Carmelo Burgio, un nome nuovo…
Burgio mi sembra una persona equilibrata anche se non lo conosco. Ho letto il suo curriculum, ma io sono per la realpolitik. Le decisioni di un eventuale ingresso in coalizione di Futuro Nazionale spettano ai leader del centrodestra, a maggior ragione per il fatto che si voterà lo stesso anno delle politiche. La cosa che non mi è piaciuta è quando Vannacci ha parlato dei rastrellamenti al bosco di Rogoredo. Sono termini che non mi piacciono.
Lei ha più volte dichiarato di collocarsi in un’area moderata, capace anche di dialogare con il centro. Crede sia possibile riuscire a convincere i votanti di quell’area, come Azione, a spostarsi verso destra?
Credo sia più facile che Azione possa scegliere un candidato di centrodestra, purché questo abbia un programma per la città riformista, non ideologico. Un centrodestra più urbano, più liberale, piuttosto a un centrosinistra di oggi che, anche nel Pd, deve fare i conti con una politica che è lontana da quella di Azione e di Carlo Calenda su tanti temi. Ricordo quello che è successo quando è stato chiesto di rompere il gemellaggio tra Milano e Tel Aviv. Non è così scontato che Azione decida di stare dall’altra parte.
Majorino l’ha querelata per avergli dato dell’antisemita…
Ho usato un termine molto forte. Quello che ho detto va inquadrato: si arriva da un momento in cui il Pd vota in segreteria metropolitana di cancellare il gemellaggio con Tel Aviv, il 25 aprile viene espulsa la Brigata Ebraica dal corteo, la comunità ebraica di Milano segnala sempre più aggressioni a cittadini di religione ebraica. Majorino ha fatto questa uscita (il capogruppo dem ha scritto un post sui propri canali social nel quale rilanciava e commentava la notizia secondo cui il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, fosse a conoscenza anticipatamente dell’attacco del 7 ottobre 2023, definendolo “genocida”, ndr) che non è da dirigente nazionale del Pd, dove afferma che non servono prove per sostenere quello che ha scritto. Questo tipo di comportamenti non fanno altro che alimentare odio verso la comunità ebraica. Posso capire il risentimento per il termine che ho usato, ma bisogna guardare gli atteggiamenti degli ultimi mesi. Majorino ha fatto questo post il giorno dopo in cui il sindaco Sala è andato in visita alla comunità ebraica per cercare di ricucire dopo lo strappo sul gemellaggio. Lo ha fatto strumentalmente in modo politico per dire “quello è Sala, prendo le distanze perché la mia linea è diversa. Io preferisco sempre il dibattito, se mi vuole portare in tribunale con una querela me ne farò una ragione.