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Dante e Francesco, le fonti dimenticate che cambiano il ritratto del santo nella Commedia

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San Francesco d’Assisi entra nella Divina Commedia prima ancora di essere celebrato nel Paradiso, ma il suo volto cambia insieme al poema. Nell’Inferno è il santo che tenta di salvare Guido da Montefeltro e si trova però senza argomenti di fronte al diavolo; nel Purgatorio la sua presenza resta implicita; nel Paradiso diventa il protagonista di uno dei più celebri elogi della poesia italiana. E’ proprio questa trasformazione a essere riletta dal filologo e critico letterario Pietro Gibellini nel libro “San Francesco poeta” (Ronzani Editore), dove lo studioso individua nuove fonti e propone nuove chiavi per comprendere il rapporto fra l’Assisiate, Dante e il suo Cantico.

La novità principale dello studio riguarda alcune fonti medievali finora trascurate dagli studiosi di Dante. A partire dall’Inferno, Gibellini richiama la bolla Mira circa nos, con la quale Gregorio IX canonizzò Francesco nel 1228, appena due anni dopo la sua morte. Il pontefice presentava il santo come un nuovo Sansone, capace di combattere i nemici della fede con una “mascella d’asino”, e gli attribuiva una “sapiente ignoranza”. E’ possibile, secondo Gibellini, che proprio questa immagine abbia contribuito alla rappresentazione dantesca del santo nel canto XXVII dell’Inferno. Francesco, chiamato a condurre in Paradiso Guido da Montefeltro, non riesce a rispondere alla logica del demonio, che rivendica per sé l’anima del frate. La battuta finale – “tu non pensavi ch’io löico fossi!” – diventa così, nella lettura dello studioso, il segno di una fase in cui Dante poteva considerare Francesco più santo che sapiente.

La prospettiva cambia progressivamente. Nel canto XI del Purgatorio, dedicato ai superbi, Francesco non viene nominato, ma Gibellini riconosce una possibile eco del Cantico nella preghiera del Pater noster: “Laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore / da ogne creatura”. Una reminiscenza già segnalata da Hermann Gmelin nel 1947 e, secondo lo studioso, rimasta sostanzialmente senza approfondimento nei principali commenti.

È però nel Paradiso che la ricerca di nuove fonti diventa più incisiva. Per i canti XI e XII, nei quali Tommaso d’Aquino celebra Francesco e Bonaventura da Bagnoregio celebra Domenico, Gibellini indica un possibile modello nella bolla Fons sapientiae, emanata da Gregorio IX per la canonizzazione di Domenico nel 1234. Il pontefice, che aveva conosciuto personalmente entrambi i fondatori degli ordini mendicanti, li presenta come uomini inviati dalla Provvidenza per contrastare il disordine e la corruzione della Chiesa. È lo stesso concetto che Dante formula attraverso Tommaso: “La provedenza, che governa il mondo (…) due principi ordinò”. Non si tratta soltanto di una somiglianza tematica. Anche le immagini utilizzate dal pontefice – la battaglia tra le forze del bene e quelle del male e la Chiesa come una vigna invasa dai rovi – ricompaiono nel testo dantesco. Per Gibellini le coincidenze sono tali da ipotizzare un vero rapporto intertestuale.

Ma la nuova lettura riguarda anche il ritratto di Francesco. Dante, osserva lo studioso, mette al centro la povertà, contrapposta alla ricchezza della nascente società mercantile rappresentata dal padre del santo. L’umiltà, invece, viene quasi rimossa. Francesco appare soprattutto fiero davanti al papa e coraggioso nella missione in Oriente. È un’immagine lontana da quella del santo umile e mite consegnata dalla tradizione successiva.

Un altro elemento finora poco considerato riguarda le stimmate. Dante le definisce il “terzo sigillo” concesso da Dio all’ordine francescano, dopo l’approvazione orale di Innocenzo III e quella ufficiale di Onorio III. Gibellini trova una possibile spiegazione in una predica parigina di Tommaso d’Aquino, risalente agli anni Settanta del Duecento, nella quale il domenicano cita Francesco e riconosce nelle sue stimmate un sigillo divino. La scoperta assume particolare rilievo perché le stimmate, rese note dopo la morte di Francesco, furono messe in dubbio o negate anche in ambienti domenicani. E Tommaso, in un altro testo, associa proprio Francesco e Domenico come strumenti della Provvidenza: un’altra possibile tessera del mosaico che conduce dalla storia alla costruzione poetica di Dante.

Gibellini legge così anche la diversa voce dei due protagonisti del dittico. Tommaso, razionalista, costruisce un elogio controllato, nel quale i miracoli passano in secondo piano, fatta eccezione per le stimmate. Bonaventura, al contrario, insiste sulla dimensione prodigiosa e profetica della vita di Domenico. Dante, secondo lo studioso, adatta quindi lo stile del racconto alla personalità dei due teologi che lo pronunciano. Nel discorso di Tommaso, inoltre, la lunga metafora del sole sembra richiamare il Cantico francescano e conduce al celebre “non dica Ascesi (… ) ma Orïente”. Il rapporto tra Francesco poeta e Dante diventa così anche un rapporto tra due forme di poesia religiosa.

Da questa lettura nasce un’altra ipotesi destinata a riaprire una questione antica: chi è “colui / che fece per viltade il gran rifiuto”? Gibellini rilancia la tesi formulata nel 1896 da Giuseppe Roselli: non Celestino V, né Esaù, né Pilato, ma il giovane ricco del Vangelo, colui che rifiutò l’invito di Cristo a vendere i propri beni, darli ai poveri e seguirlo. È un’ipotesi che lo studioso collega direttamente al passo evangelico commentato da Tommaso nel testo in cui Francesco e Domenico vengono presentati come strumenti della Provvidenza. Il percorso si conclude con Madonna Povertà, la figura allegorica attraverso la quale Dante rappresenta la scelta radicale di Francesco. Anche qui Gibellini propone una possibile fonte nella letteratura cortese: la donna disprezzata da tutti perché apparentemente brutta e decrepita, ma vista bellissima dall’innamorato. Un motivo della letteratura francese che sarebbe arrivato al Mare amoroso, repertorio di topoi amorosi legato oggi dalla critica anche al nome di Brunetto Latini, maestro di Dante.

La tesi complessiva è dunque quella di una lenta scoperta dantesca di Francesco. Mortificato nell’Inferno, quasi invisibile nel Purgatorio e celebrato nel Paradiso soprattutto per la povertà, il santo raggiunge una posizione pienamente centrale solo più avanti, nel canto XXXI del Paradiso, dove compare ai vertici della candida rosa, tra Giovanni Battista e Agostino. È in questa lunga evoluzione che Gibellini colloca l’“onda lunga” del Cantico: non soltanto un testo religioso destinato alla devozione, ma una poesia capace di lasciare tracce nella Commedia e, più avanti, nei versi di Gabriele d’Annunzio. Un’eredità che il saggio ricostruisce attraverso testi, fonti e consonanze, senza trasformare ogni somiglianza in una certezza: proprio il confine tra influenza diretta e patrimonio comune della poesia religiosa resta, nell’ultima parte dello studio, una questione aperta. (di Paolo Martini)

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