Nel dibattito attorno al nuovo risiko bancario italiano, la vera posta in gioco non è la vittoria di uno schieramento societario o la nascita di un ipotetico campione nazionale, ma la protezione del risparmio, come sancito dall’articolo 47 della Costituzione. A richiamare l’attenzione sulle implicazioni regolatorie e costituzionali delle recenti manovre finanziarie è Oreste Pollicino, giurista e docente universitario, in un editoriale pubblicato su la Repubblica. Secondo Pollicino, la narrazione dominante rischia di trascurare la priorità fondamentale del sistema Paese: “Quando sono in gioco banche di queste dimensioni, il criterio decisivo non dovrebbe essere chi vince la partita societaria, ma chi protegge meglio il risparmio”, osserva. La stabilità creditizia, aggiunge, è un pilastro della sicurezza economica nazionale. Un sistema bancario fragile, incapace di assorbire shock e di assicurare continuità del credito e “è un problema di resilienza nazionale non meno serio di una vulnerabilità energetica o digitale”.
Mettendo a confronto la controstrategia di Monte dei Paschi di Siena e l’operazione Intesa, Pollicino analizza la differente natura dei rischi incorporati nei due progetti. La strategia proposta da Mps presenta, secondo il giurista, un elevato execution risk. “Il regolatore non deve valutare solo la bellezza dell’architettura finale. Deve misurare la quantità di rischio incorporata nel percorso necessario per arrivarci”, sottolinea. Un percorso frammentato in più operazioni rischia infatti di tradursi in “rischio prudenziale, operativo, tecnologico, reputazionale”, riflettendosi negativamente sulla stabilità complessiva. Il docente si sofferma anche sull’applicazione della passivity rule (art. 104 Tuf) e sulla necessità di garantire che le scelte strategiche restino in capo agli azionisti e non siano svuotate da manovre difensive del management. Sul fronte opposto, il progetto Intesa pone la questione della concentrazione di mercato, un rischio che Pollicino definisce tuttavia “più leggibile” e già perimetrato attraverso la previsione della cessione a Unipol di un ramo d’azienda autonomo a marchio Mps. Spetterà comunque all’Agcm valutare i profili di concorrenza di entrambe le opzioni, compresi i complessi intrecci azionari che potrebbero crearsi nel settore.
Il giurista mette inoltre in guardia dall’uso improprio di strumenti d’intervento statale come il golden power: “Se la stabilità finanziaria è una componente della sicurezza nazionale, ciò non significa che il governo debba scegliere quale aggregazione bancaria preferire”. Il compito di vigilare spetta alle autorità preposte, Bce, Banca d’Italia, Consob e Agcm, evitando di “confondere sicurezza nazionale e dirigismo”. “Il progetto Mps promette di più nello scenario migliore. Ma la regolazione bancaria non esiste per premiare lo scenario migliore. Esiste per proteggere il sistema quando lo scenario migliore non si verifica”. La vera sicurezza finanziaria, chiosa Pollicino, consiste nell’utilizzare “mercato, vigilanza e concorrenza per proteggere il risparmio nazionale”.