E’ la mattina del 2 novembre 1975 quando una donna, che si trova a passare sul lungomare di Ostia, vede in via dell’Idroscalo un cadavere disteso su una strada accidentata. E’ un uomo completamente sfigurato. Si scoprirà solo qualche ora dopo che si tratta di Pier Paolo Pasolini. L’intellettuale, 53 anni, nato a Bologna il 5 marzo 1922, ha fatto una fine atroce. Il riconoscimento della salma del poeta, scrittore e regista toccherà a Ninetto Davoli, giovane attore scoperto dallo stesso Pasolini.
Sul corpo gli investigatori trovano evidenti segni di pneumatici di un’auto, con la quale qualcuno era passato sul corpo di Pasolini. Un’auto che risulterà poi essere quella dello scrittore. Il cadavere dell’intellettuale presenta ferite alla testa e al torace. La faccia è deformata dal gonfiore, nera di lividi. Le dita della mano sinistra fratturate e tagliate. La mascella sinistra fratturata. Il naso appiattito e deviato verso destra. Le orecchie tagliate a metà, e quella sinistra strappata via. Pasolini è stato vittima di un’aggressione, risulta subito evidente.
Secondo il referto del medico legale, la morte è sopraggiunta per lo sfondamento del petto all’altezza del cuore, dopo che era già in atto un’emorragia cerebrale provocata dalle percosse inferte alla vittima. Nell’area circostante vengono trovati i resti di alcuni attrezzi usati per il pestaggio: un paletto ed una tavoletta di legno, macchiati di sangue, la camicia dello scrittore (anch’essa imbrattata di sangue), ciocche di capelli e altro. Alcuni reperti vengono scoperti a 90 metri dal corpo. Nel corso della notte, la stessa in cui viene barbaramente assassinato il poeta delle “Ceneri di Gramsci”, i carabinieri fermano Giuseppe Pelosi, un giovane di 17 anni, detto ‘Pino la rana’, alla guida di un’Alfa 2000 Gt rubata, che poi risulterà di proprietà di Pasolini, la stessa con quale qualcuno aveva posto fine alla sua vita. Pelosi viene portato in caserma. Interrogato dai carabinieri, il giovane ammette il furto e fa cenno ad un anello di sua proprietà, che gli investigatori hanno trovato vicino al corpo di Pasolini. Arrestato il 2 novembre, Pelosi viene accusato di furto d’auto, ma in carcere si vanta subito, con un compagno di cella, di essere stato in realtà lui ad uccidere Pasolini.
Con il ritrovamento del cadavere e di fronte all’evidenza dei fatti, Pelosi il giorno stesso confessa l’omicidio. Il giovane dichiara di aver incontrato Pasolini la notte del 1° novembre presso la stazione Termini. Di essere salito in auto con lo scrittore e dopo una cena in una trattoria vicino alla Basilica di San Paolo, passata la mezzanotte, di aver raggiunto il luogo dove poi era stato trovato il corpo.
Lì Pelosi, come riferisce agli inquirenti, avrebbe sulle prime accettato e poi rifiutato di avere un rapporto sessuale con lo scrittore. Sceso dall’auto, racconta durante l’interrogatorio di essere stato inseguito da Pasolini, che vistosi respinto avrebbe reagito violentemente colpendolo con un bastone. A questo punto, secondo Pelosi, sarebbe scattata la sua reazione violenta. Il percorso processuale della vicenda è relativamente veloce. La sentenza di primo grado è datata 26 aprile 1976, quella d’appello è del 4 dicembre 1976. La Corte di Cassazione si esprimerà in modo definitivo il 26 aprile 1979: Pelosi se la cava con una condanna a nove anni. Ne sconterà soltanto sette, uscendo in semilibertà.
Poi, dopo 30 anni, Pelosi clamorosamente cambia versione dei fatti. E al programma Rai ‘Ombre sul giallo’, andato in onda nel maggio 2005, Pino ‘la rana’ stavolta afferma: “Non fui io ad uccidere Pasolini”, rilanciando una pista investigativa mai battuta fino in fondo ma ipotizzata più volte: la possibilità che Pasolini sia stato massacrato da un gruppo di picchiatori, che volevano “dargli una lezione”. Ma perché Pelosi lo fa con tanto ritardo? ‘Perchè -dirà – sono solo, non ho più famiglia, i miei sono morti. Ho 46 anni e pago per sempre quell’omicidio. E poi perché queste persone saranno morte, probabilmente’.
Il caso viene riaperto dalla Procura di Roma, ma dopo soli 5 mesi la magistratura scrive nuovamente la parola ‘fine’ sul delitto. A disporre l’archiviazione è il giudice dell’udienza preliminare, che accoglie la richiesta fatta dal procuratore aggiunto Italo Ormanni al quale l’indagine era stata affidata anche in seguito all’esposto fatto sulla vicenda dall’avvocato Nino Marazzita, che ha sempre rappresentato nelle inchieste scaturite dal delitto i familiari di Pier Paolo Pasolini. Prima di giungere alla richiesta di archiviazione il procuratore Ormanni aveva interrogato diverse persone indicate dallo stesso Marazzita nella denuncia, anche nel tentativo di dimostrare, come ha sostenuto Pelosi, che quello di Pasolini fosse stato un delitto di gruppo. Tesi peraltro già prospettata all’inizio della vicenda dalla scrittrice e giornalista Oriana Fallaci.
A rilanciare la richiesta di approfondire la vicenda è stato poi l’avvocato Stefano Maccioni, che già nel marzo 2009 aveva presentato una prima istanza per la riapertura delle indagini. Una battaglia portata avanti negli anni sia sul piano giudiziario sia su quello politico, con la richiesta di istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta per ricostruire quanto accaduto e verificare le numerose piste emerse nel corso del tempo. Il caso era stato archiviato nel 2015, dopo che le nuove indagini non avevano prodotto elementi sufficienti a modificare il quadro giudiziario. Tra gli elementi acquisiti erano emerse alcune tracce di Dna sugli abiti di Pasolini, ma la loro attribuzione era risultata impossibile, così come la possibilità di stabilire se fossero riconducibili alla sera dell’omicidio o a circostanze precedenti.
A riaprire interrogativi sulla ricostruzione ufficiale era stata soprattutto la ritrattazione di Giuseppe Pelosi. Nel 2008 aveva riferito anche di una presunta aggressione compiuta da tre uomini, arrivati a bordo di un’automobile e caratterizzati, secondo il suo racconto, da un accento calabrese o siciliano. Un’altra circostanza rimasta senza adeguato approfondimento riguarda una lettera anonima arrivata alle autorità, nella quale si segnalava che l’automobile di Pasolini sarebbe stata seguita, la sera del delitto, da una Fiat 1300 con targa di Catania. Nonostante fossero state indicate alcune cifre della targa, non sarebbe mai stata effettuata una verifica presso il Pubblico registro automobilistico. Ulteriori elementi erano emersi dalle testimonianze dei proprietari della trattoria ‘Biondo Tevere’, dove Pasolini aveva cenato prima di recarsi all’Idroscalo. I due avevano descritto il giovane che accompagnava il poeta come una persona alta almeno un metro e settanta, con capelli lunghi e biondi pettinati all’indietro. Una descrizione che non corrispondeva alle caratteristiche fisiche di Pelosi, più basso e con capelli neri e ricci. Gli elementi erano stati ripresi da Maccioni e dalla criminologa Simona Ruffini nell’ambito delle iniziative per ottenere nuovi accertamenti.
Tra le piste investigative figurava anche quella legata alla scomparsa di alcune pellicole originali di ‘Salò o le 120 giornate di Sodoma’, l’ultimo film di Pasolini. L’ipotesi è che il regista si fosse recato all’Idroscalo proprio per recuperare il materiale cinematografico sottratto. Una possibilità richiamata anche in una relazione della Commissione parlamentare Antimafia della XVIII legislatura, pur in assenza di prove definitive.
Non meno controversa è la pista che collega l’omicidio ai contenuti di ‘Petrolio’, il romanzo-inchiesta al quale Pasolini stava lavorando prima di morire e pubblicato postumo nel 1992. Nell’opera lo scrittore si occupava dei rapporti di potere nel settore petrolifero italiano, delle vicende legate alla morte di Enrico Mattei, presidente di Eni, ed Eugenio Cefis, presidente di Eni e poi di Montedison, e di possibili intrecci tra economia, politica e strategie internazionali. Secondo alcune ricostruzioni, proprio le ricerche e le rivelazioni alle quali Pasolini stava lavorando potrebbero averlo esposto a interessi e ambienti particolarmente pericolosi. Si tratta, tuttavia, di ipotesi mai dimostrate in sede giudiziaria.
Nel corso degli anni non sono mancati gli interventi istituzionali. Nel 2010 Walter Veltroni aveva scritto all’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano chiedendo la riapertura del caso e sottolineando il contesto storico in cui era maturato l’omicidio, segnato dalle stragi e dalle trame della strategia della tensione. Nel 2016 i parlamentari Serena Pellegrino e Paolo Bolognesi avevano presentato due proposte di legge per istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta, sostenute anche da una petizione che aveva raccolto circa 11mila firme. L’iniziativa aveva ottenuto l’adesione di esponenti del mondo della cultura e dello spettacolo, tra cui Dario Fo, Dacia Maraini e Massimo Ranieri, interprete di Pasolini nel film ‘La macchinazione’. Nel 2023 anche la senatrice Ilaria Cucchi aveva avanzato una nuova richiesta al Senato, senza però riuscire a ottenere l’istituzione della Commissione.