C’è una mostra a Roma gratuita e allestita con poche risorse ma con uno studio storico approfondito e attenzione: è ‘La cassetta degli attrezzi femminista’, in cui sono esposti oggetti prodotti dai movimenti che si battono e sono battuti per i diritti delle donne a diverse latitudini, che rappresentano veri e propri paradigmi di genere svelati alla Casa internazionale delle donne. Al centro, al primo piano in uno spazio limitrofo alla Sala Longhi, ‘strumenti’ di lotta, cura, autodeterminazione, piacere, protesta, autodifesa. Sono esposti in modo semplice ma significativo per acquisire consapevolezza “perché qui non si tratta tanto di imparare a combattere ma di disimparare a non farlo”, dice all’Adnkronos Marie Moise, curatrice della mostra con Chiara Alessi e Giulia Siviero, citando una frase della filosofa Elsa Dorlin.
Ricco il repertorio delle invenzioni, “oggetti che non esistevano e che le femministe hanno inventato” che raccontano la risposta femminile a piaghe sociali endemiche come la violenza sessuale. “Esponiamo a esempio la temibile ‘vagina dentata’ per proteggersi dagli stupri che in ogni contesto di guerra risulta essere strumento di oppressione sistematica”, racconta Marie Moise. Ci sono, tra gli altri, ombrelli e inchiostro, usati dalle suffragiste in Inghilterra: i parasole, non più accessorio di moda vittoriana ma arma di autodifesa e attacco per respingere le cariche della polizia; l’inchiostro per sabotare le cassette postali della Royal Mail e creare caos logistico. “Questa pratica è valsa al movimento suffragista, di essere definito violento. Le istituzioni di allora avrebbero emesso un decreto sicurezza per contenere l’impeto di questa azione politica? Senz’altro le suffragiste hanno dovuto accettare di passare per violente per perseguire i loro obbiettivi”.
Spiccano le tasche: storiche assenti dagli abiti delle donne perché considerate “prerogativa maschile”, vietate perché consentendo “di infilarci le mani avvicinandole al pube, erano considerate poco consone per una donna”. Oltre che anti estetiche dal momento che “quando l’abbigliamento femminile divenne più aderente, si sostenne che le donne avessero già 4 rigonfiamenti naturali del corpo, due seni e due fianchi e che le tasche avrebbero deformato la loro silhouette”, ricorda la curatrice, militante del Movimento femminista. Una storia di assenza, che varrebbe la pena di far scoprire alle nuove generazioni, arrivata fino a noi. E infatti nel 2024 una bambina di otto anni scrisse a Sainsbury’s, la seconda catena di supermercati del Regno Unito, chiedendo conto e ragione del perché i pantaloni da donna in vendita per la scuola fossero senza tasche quando “anche le ragazze devono poter portare cose”. Ed ottenne l’introduzione delle tasche anche nei pantaloni per le donne.
“Le tasche sono uno di quegli elementi che mostrano che l’oppressione delle donne è passata dal controllo del loro abbigliamento, ma allo stesso tempo che le donne hanno saputo trasformare queste imposizioni in strategia di resistenza. Come le tasche così il velo, altro oggetto (elemento di abbigliamento associato simbolicamente all’oppressione delle donne, in particolare a quelle appartenenti alle comunità musulmane) si trasforma in strumento di lotta politica e anticoloniale. Le attiviste algerine negli anni ’50 (durante la Guerra d’indipendenza – ndr) – ricorda la curatrice – usano l’immagine della donna oppressa per nascondere sotto il velo armi clandestine, bombe, messaggi per organizzare la resistenza”. E il velo si trasformò da simbolo di sottomissione domestica a potente strumento di resistenza militare e politica.