Aldo Cazzullo torna in libreria con ‘Quando l’Italia rinacque. Il nostro Rinascimento’, (HarperCollins) un viaggio nell’epoca che ha posto l’uomo “al centro del mondo” e che, come spiega il giornalista e scrittore, rappresenta ancora oggi la radice più profonda della nostra identità. Nel dialogo con l’Adnkronos, Cazzullo non solo ripercorre le grandi figure del Rinascimento, ma si concede anche un parallelo calcistico che sintetizza la potenza dei suoi protagonisti: Michelangelo come Messi, Leonardo come Maradona.
“Messi – dice – è il calciatore più grande, perché è solo un calciatore. Maradona non è paragonabile perché non è stato soltanto un calciatore, è stato anche un capopopolo, un ribelle, un personaggio. Analogamente, e lo dico sorridendo, Michelangelo è stato l’artista più grande, perché era un artista, mentre Leonardo è fuori classifica perché non era soltanto un artista, era un genio, un visionario, uno stregone”.
Lei racconta il Rinascimento, un periodo in cui l’Italia ‘fu al centro del mondo’. E’ un invito a riscoprire l’identità del nostro Paese, che troppo spesso dimentica la sua storia?
“Sì, assolutamente sì. In tutti i miei libri ho cercato di ricostruire un tassello dell’identità italiana. Ho scritto sull’antica Roma, su San Francesco, su Dante, sul Risorgimento, sulla Prima Guerra Mondiale, sul Fascismo, sulla ricostruzione. Indagando la storia italiana ho trovato tantissime storie e tantissimi esempi in cui noi tendiamo un po’ a denigrarci. Ma non è vero: ci sono stati milioni di italiani per cui l’Italia era una cosa seria, un valore che valeva la vita. E nel Rinascimento l’Italia era davvero al centro del mondo, la cultura italiana aveva un respiro universale e parlava agli uomini di ogni luogo ed epoca, anche a noi”.
Ai suoi lettori ha raccontato la Bibbia, Roma e il ‘suo impero infinito’, San Francesco ‘il primo italiano’. Cosa l’ha portata ora al Rinascimento?
“Intanto l’orgoglio di essere italiano. E poi la consapevolezza che il Rinascimento e l’umanesimo non spuntano dal nulla: sono la conseguenza di un percorso che comincia con San Francesco e prosegue con Dante e Giotto. L’umanesimo cristiano nasce con Francesco: l’idea che ogni uomo è unico e irripetibile, che davanti a Dio tutti sono uguali. Dante trova in Francesco la lingua, il disprezzo per il denaro male guadagnato, il rispetto per la donna. Il Rinascimento porta tutto questo alle estreme conseguenze: nell’arte, nella scienza, nel pensiero. È un’idea modernissima e urgente, soprattutto oggi che l’intelligenza artificiale rischia di sostituire l’uomo”.
Quali personaggi ha amato di più raccontare?
“Michelangelo. Secondo me è stato il più grande artista che l’umanità abbia mai avuto. A 22 anni la Pietà, a 26 il David, a 33 la volta della Cappella Sistina. Se un artista avesse fatto anche solo una di queste opere sarebbe passato alla storia: Michelangelo le ha fatte tutte e molte di più. È da stupirsi che un essere simile abbia respirato la nostra aria, camminato per le nostre strade. E dobbiamo ricordarci che questi giganti – Michelangelo, Raffaello, Leonardo, Ariosto, Colombo – erano italiani come noi, parlavano la nostra lingua”.
Nel suo affresco dà spazio anche alle grandi figure femminili dell’epoca.
“Le donne hanno un ruolo molto importante nel Rinascimento. L’Orlando Furioso comincia con la parola ‘donne’, e il primo personaggio che entra in scena è Angelica. Poi c’è Bradamante, guerriera che sconfigge gli uomini in duello. E, uscendo dal poema per entrare nella vita reale, Vittoria Colonna, l’unica donna che Michelangelo abbia mai amato, che gli suggeriva come rappresentare Dio, Gesù, la Madonna. E, ancora, Lucrezia Borgia, calunniata dalla leggenda nera: era una donna buonissima, terziaria francescana, usata come pedina dal padre e dal fratello”.
Cosa manca all’Italia di oggi per un nuovo Rinascimento?
“Nuovi Rinascimenti non ce ne saranno, le cose non tornano mai allo stesso modo. Ma dobbiamo cambiare alcune cose. Dobbiamo investire di più nelle cose in cui siamo forti: arte, insegnamento, ricerca, cultura, spettacolo. E dobbiamo tornare ad attrarre cervelli. Nel Rinascimento venire in Italia era obbligatorio per chi voleva essere considerato un artista. Oggi i migliori se ne vanno. Va bene che i ragazzi vadano all’estero, ma dobbiamo creare le condizioni perché possano tornare. E oggi questo non succede”.
Dopo il Rinascimento, ha in programma un’incursione in un’altra epoca più o meno recente?
“Un’idea ce l’ho, ma ora devo concentrarmi nel girare l’Italia. Farò un monologo tratto dal libro nei teatri, una puntata di ‘Una giornata particolare’ dedicata a Raffaello e una puntata speciale sul Rinascimento. Adesso cercherò di raccontare un po’ quello che ho scritto, poi tornerò a scrivere”.
Oltre al giornale e ai libri, lei è anche un volto di successo della divulgazione storica in tv. Qual è il segreto di ‘Una giornata particolare’, che su La7 ottiene ascolti molto alti?
“Il merito va diviso tra molte persone. La tv è una macchina complessa: c’è stata l’idea di Urbano Cairo, la forma è stata data dal direttore di rete Andrea Salerno, poi c’è la produzione di Stand By Me e il regista Claudio Pisano. Ma io non amo la parola divulgatore: nella parola stessa c’è l’idea del dotto che spiega al volgo. Io non sono un dotto. Mi considero un narratore. Mi sono dato una regola: nessuna storia senza un’idea, nessuna idea senza una storia”.
Torna in onda il 30 settembre con la nuova stagione, in un mercoledì televisivo sempre più affollato: ‘Tale e quale Show’, il ‘Tavolo’ di Fazio, ‘È sempre Cartabianca’ e ‘Chi l’ha visto?’. È preoccupato?
“Parliamo di professionisti della tv: Carlo Conti, Fabio Fazio, Bianca Berlinguer. Io non sono degno di sciogliere i loro calzari. Io racconto storie. Sono convinto che qualcuno vorrà ascoltarle, leggerle, seguirle. E poi ovviamente cediamo lo spazio dovuto ai veri grandi professionisti della tv”.
Ci può anticipare alcune delle “giornate particolari” che racconterà?
“Il 30 settembre partiremo con una puntata sull’8 settembre. Poi, oltre a quelle su Raffaello e sul Rinascimento, che dicevo prima, ci sarà una puntata sul Piave il 4 novembre. Ma ho detto anche troppo. Faremo una presentazione la prossima settimana”.
Enrico Mentana ha detto che il palinsesto di La7 è orientato a “senso unico”, ovvero che tutti i programmi sono contro il governo. Che ne pensa?
“Su questo rispondo solo che ho un’enorme stima per Enrico Mentana, che mi auguro che resti a La7, e che le mie trasmissioni, come mi pare tutte le altre de La7, si rivolgono a tutti”. (di Carlo Roma)