“Di quali grandi cantieri parliamo? A quanto ammontano realmente gli extra costi che li metterebbero a rischio? Come sono stati generati? È opportuno che il governo riferisca in Parlamento anche perché CDP è azionista WeBuild e RFI è stazione appaltante, e il rischio in questa vicenda è che lo Stato tratti con sé stesso sostanzialmente a porte chiuse questioni che valgono molti miliardi di euro”: è la sintesi dell’interrogazione parlamentare presentata in queste ore dal senatore del Pd Antonio Misiani ed altri esponenti del partito.
L’interrogazione arriva – come ha spiegato lo stesso Misiani ad Adnkronos – in seguito alla richiesta di due settimane fa da parte del ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini di uno scostamento di bilancio per 20 miliardi in relazione a “grandi cantieri a rischio”, per valutare se servano davvero per evitare il blocco. Il punto centrale è capire da dove nasca la cifra dei 20 miliardi. Secondo ricostruzioni di stampa, sarebbe collegata a una lettera riservata inviata da Webuild al Governo a fine luglio. La società avrebbe segnalato forti extracosti su 18 grandi opere, quantificando in circa 22 miliardi di riserve e varianti, di cui 13 miliardi relativi a lavori già eseguiti e il resto a lavorazioni future. Webuild avrebbe inoltre indicato la necessità di 10-12 miliardi aggiuntivi per completare le opere e un fabbisogno immediato di cassa di circa 2,1 miliardi.
Webuild ha però smentito questa ricostruzione di stampa, sostenendo di non aver presentato nuove richieste di fondi. Secondo la società, i 22 miliardi rappresentano somme registrate secondo le procedure degli appalti pubblici e oggetto di confronto contrattuale: insomma, non sono crediti già riconosciuti né somme automaticamente dovute. E ha presentato un esposto a CONSOB in relazione alla diffusione di notizie ritenute non rispondenti alla realtà e idonee a incidere sull’andamento del titolo, confermando la guidance per il 2026.
Il tema, in ogni caso, sempre secondo Webuild, riguarda una posizione creditoria specifica e circoscritta nei confronti di un singolo committente pubblico, a fronte di un Gruppo solido su tutti i mercati in cui opera. Lo confermano i risultati del primo semestre 2026 che ribadiscono la guidance per l’intero 2026, sostenuta da un portafoglio ordini di 54 miliardi di euro, per il 90% in mercati a basso rischio, e da una presenza internazionale che genera oltre il 65% del fatturato complessivo.
Dal 7 settembre il titolo è calato di quasi il 7% a poco più di 2 euro e da inizio anno del 36%.