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Il lato oscuro dei miracoli: Dario Corradino racconta Santiago tra storia e suspense

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”Miracoli a comando. A Santiago de Compostela”(Jolly Roger, 2026) è il nuovo viaggio letterario di Dario Corradino, giornalista e scrittore, che firma un romanzo di grande respiro, nel quale il thriller storico si intreccia con l’indagine investigativa, il fascino dell’esoterismo e una profonda riflessione sui temi della fede, della memoria e del potere.

Attraverso una trama ricca di colpi di scena e un ritmo narrativo sempre sostenuto, l’autore conduce il lettore in un viaggio che attraversa i secoli, facendo di Santiago de Compostela non soltanto lo sfondo della vicenda, ma un autentico protagonista della storia.

Miracoli a comando” intreccia thriller storico, investigazione, mistero esoterico e riflessione spirituale. Da quale intuizione è nato il romanzo e qual è stata la scintilla che ha dato origine alla storia?

La scintilla è nata durante uno dei miei Cammini verso Santiago. Camminando ci si accorge che ogni pellegrino parte con una domanda diversa, ma tutti finiscono per confrontarsi con lo stesso mistero: perché questo luogo continua ad attrarre uomini e donne da oltre mille anni? Ho pensato che, forse, la risposta non andasse cercata soltanto nella fede o nella storia, ma proprio nell’intreccio tra le due. Il romanzo è nato da questa intuizione.

Santiago de Compostela è molto più di uno sfondo narrativo: sembra diventare un personaggio. Cosa rappresenta per lei questo luogo e perché ha scelto proprio il Cammino come teatro della vicenda?

Per me Santiago è uno dei pochi luoghi in Europa dove il tempo sembra essersi stratificato senza cancellarsi. Ogni pellegrino aggiunge la propria storia a quella di milioni di altri. Camminando si ha davvero la sensazione di entrare in una memoria collettiva. Era impossibile relegarla a semplice ambientazione. Santiago obbliga a confrontarsi con sé stessi.

Nel romanzo convivono fede, potere, storia e manipolazione della memoria. Quanto è sottile, secondo lei, il confine tra verità storica e narrazione costruita?

Più che sottile, direi inevitabile. La storia non ci arriva mai allo stato puro: ci arriva attraverso documenti, cronache, testimonianze, tutte scritte da qualcuno. Lo storico cerca di ricostruire i fatti, lo scrittore prova a immaginare ciò che potrebbe essersi nascosto negli spazi lasciati vuoti.

Il lettore percepisce una documentazione molto accurata. Quanto tempo ha dedicato alla ricerca storica e quali sono state le fonti più importanti?

In realtà la ricerca è iniziata molto prima del romanzo. Ogni Cammino percorso, ogni visita a Santiago, ogni libro letto negli ultimi anni ha contribuito a costruire un patrimonio di conoscenze che, quasi naturalmente, è confluito nella storia. Per scrivere comunque ho consultato testi storici, studi sul Medioevo, documentazione sulla nascita del culto di San Giacomo, oltre naturalmente a tutto ciò che riguarda Santiago de Compostela. Ma ci sono cose che nessun archivio può raccontare: il silenzio dell’alba, il rumore dei passi, la pioggia, il sole, il volto dei pellegrini.

I suoi personaggi si trovano spesso davanti a dilemmi morali più che semplicemente investigativi. Quanto conta, per lei, l’evoluzione interiore rispetto alla soluzione del mistero?

Conta più del mistero stesso. Un colpo di scena sorprende il lettore per qualche pagina, un personaggio che cambia continua a vivere nella memoria. Per questo mi interessa soprattutto raccontare come una scoperta trasformi chi la compie. Ogni protagonista deve scegliere tra ciò che è giusto, ciò che è conveniente e ciò che è possibile. Sono proprio queste scelte a renderlo credibile.

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