“I dati dell’Oecd employment outlook 2026 confermano un paradosso che non può più essere ignorato: l’Italia registra segnali positivi sul piano occupazionale, ma continua a scontare una grave emergenza salariale. Il lavoro cresce nei numeri, ma non ancora nella qualità e nella capacità di garantire piena dignità economica alle persone”. Lo dichiara Angelo Raffaele Margiotta, segretario generale della Confsal, commentando i dati della scheda Italia del rapporto Ocse, secondo cui la disoccupazione è scesa al 5% a maggio 2026, toccando un minimo storico, mentre il tasso di occupazione ha raggiunto il 62,8% nel primo trimestre 2026. Un risultato importante, che tuttavia resta ancora 9,3 punti sotto la media Ocse e continua a mostrare forti criticità per giovani, donne e territori più fragili.
“Il dato più preoccupante – sottolinea Margiotta – riguarda i salari reali, in termini di potere d’acquisto, ancora di molto inferiori rispetto a quelli dell’anno 2021, con il divario più ampio tra le grandi economie Ocse. Questo significa che l’inflazione degli ultimi anni ha eroso profondamente il potere d’acquisto dei lavoratori e delle famiglie, senza che vi sia stato un recupero retributivo adeguato”. Le prospettive indicate dall’Ocse confermano la delicatezza del quadro: per l’Italia è previsto un ulteriore calo dei salari reali dello 0,9% nel 2026 e una crescita quasi nulla, pari appena allo 0,2% nel 2027.
“Non possiamo accontentarci – prosegue il segretario generale della Confsal – di un mercato del lavoro che produce occupazione povera. Avere un lavoro non può significare restare esposti alla vulnerabilità economica, rinunciare ai consumi essenziali, non riuscire a sostenere una famiglia o non poter progettare il futuro. Il lavoro deve tornare a essere il primo strumento di emancipazione sociale”.
Per Margiotta, la risposta deve passare da una nuova stagione di politica salariale: “Occorre accelerare i rinnovi contrattuali, rafforzare la contrattazione collettiva di qualità, con un accordo quadro che stabilisca standard salariali minimi vincolanti per tutti i settori produttivi. Vanno inoltre detassati i salari bassi (fino a 9 euro orari) abolendo la tassa sulla povertà. Il salario non va visto come un costo: è una leva di equità, produttività, coesione sociale e crescita economica”.
Il segretario generale richiama inoltre il tema dei divari territoriali evidenziato dall’Ocse e dei divari settoriali evidenziati dall’Istat. “Questo dato – afferma Margiotta – dimostra che l’Italia non ha un solo mercato del lavoro, ma più mercati del lavoro, profondamente diseguali.
Per la Confsal, la lotta ai salari poveri deve quindi essere anche una battaglia contro le disuguaglianze territoriali, generazionali e di genere. “Servono investimenti, infrastrutture, servizi, formazione e politiche industriali capaci di creare lavoro stabile e qualificato soprattutto nel Mezzogiorno, nelle aree interne e nei contesti più esposti alla marginalità occupazionale”, conclude Margiotta.