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mAledetto e Il peggio di me: quando si resta per bisogno di approvazione, non per amore

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Alessandro Marchese, in arte mAledetto, pubblica Il peggio di me, un singolo che affronta uno dei meccanismi più difficili da riconoscere nella dipendenza affettiva: restare non per amore, ma per non perdere l’ultima conferma da cui si è fatto dipendere il proprio valore.

Il brano, edito da Troppo Records con produzione di Lorenzo Mazzia, non racconta la storia di chi non aveva capito. Racconta quella, più scomoda, di chi aveva intuito abbastanza e ha continuato lo stesso. Ho visto l’apice del mondo per conoscere il senso di una vita spesa solo ricercando un consenso: è il bilancio di chi ha cercato conferme dove non poteva trovarle, affidando il proprio equilibrio a una persona capace di farlo restare anche quando restare significava farsi del male.

Il consenso che non vive solo sui social

Il punto di partenza del brano è una distinzione che raramente si fa: il consenso non abita soltanto le piattaforme digitali, le metriche di approvazione, i like. Esiste una sua forma più intima e più difficile da smontare, quella che si cerca nei legami sbagliati, negli sguardi che diventano misura del proprio valore, nelle dinamiche da cui non si riesce a uscire perché perderle significherebbe affrontare il vuoto che lasciano.

Ci fidiamo troppo spesso di persone a cui crediamo perché non vogliamo stare male: la fiducia descritta nel testo non è una scelta nobile né consapevole, ma una difesa. Si crede per non crollare, si resta per non perdere l’ultima conferma disponibile, si rimanda la verità perché affrontarla obbligherebbe a riconoscere di essere rimasti troppo a lungo nel posto sbagliato.

Parlare senza riuscire a dire la cosa importante

Il titolo del singolo trova il suo senso preciso in un verso: Se parlo tiro fuori il meglio del peggio di me. Non è una frase costruita per suonare efficace. È il momento in cui il brano mostra cosa accade quando il silenzio è durato troppo e parlare non serve più a sistemare le cose, ma solo a far uscire tutto insieme: rabbia, stanchezza, bisogno, frasi rimaste senza voce.

Il ritornello sceglie un’immagine precisa: rimaniamo soli a bere qualcosa. Un bicchiere, una pausa, un discorso che potrebbe finalmente arrivare al punto e invece resta poco prima della verità. Non sempre si evita un confronto fuggendo. A volte si resta seduti, si parla d’altro, si lascia la parte più importante fuori dalla conversazione.

C’è poi la paura del giudizio, che attraversa ogni esitazione del testo. Parlare significherebbe esporsi allo sguardo dell’altro nella parte meno difendibile: quella che ha creduto troppo, aspettato troppo, sbagliato strada pur sapendolo. Non è solo il timore di perdere qualcuno. È la paura di vedersi restituita un’immagine di sé più fragile, più difficile da sostenere.

Le illusioni come riparo, i sogni ridotti a bisogni

La seconda parte del testo allarga la prospettiva. Saremmo in grado di campare dietro alle emozioni, ma grazie a Dio che un giorno ci ha lasciato le illusioni: le illusioni non vengono trattate come un errore ingenuo da correggere, ma come un riparo provvisorio, a volte necessario, quando guardare la realtà senza filtri sarebbe troppo.

Con Viviamo di paranoie accoltellando i sogni, facciamo tutto per riuscire a chiamarli bisogni, mAledetto tocca qualcosa che va oltre il legame sentimentale. È il modo in cui molte persone imparano a ridurre ciò che desiderano prima ancora che qualcuno lo neghi: un sogno diventa ingombro, una paura prende la forma della prudenza, una rinuncia viene presentata come scelta adulta pur di non chiamarla sconfitta.

La produzione di Lorenzo Mazzia, che firma anche mix e master, segue questa direzione lasciando la voce al centro. Il brano non è uno sfogo rabbioso né una liberazione. È quell’istante in cui si è già capito tutto e si resta comunque.

Chi è mAledetto

mAledetto è il progetto artistico di Alessandro Marchese, cantautore romano classe 2005, cresciuto nella periferia sud-est della capitale. Tra i tredici e i quattordici anni inizia a studiare pianoforte con il maestro Gianluca Ricciardi e comincia a scrivere le prime canzoni, nate prima di tutto come forma di confronto personale. Solo con il tempo comprende che quelle parole, nate da un dialogo privato, possono diventare un luogo di riconoscimento per altri.

Il peggio di me è disponibile su Spotify e sulle principali piattaforme digitali.

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