Potrebbe essere uno di quegli eventi in cui il cinema, per una volta, decide di far coincidere il film con la vita del suo autore. Martedì 1 settembre, alle ore 21, alla Sala Darsena del Lido di Venezia, la preapertura dell’83/a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica sarà infatti dedicata a Tinto Brass, il regista veneziano che più di altri ha fatto dell’anticonformismo una cifra stilistica e personale. Sul grande schermo tornerà “Col cuore in gola”, il thriller pop del 1967 interpretato da Jean-Louis Trintignant ed Ewa Aulin, diretto e montato da Brass e girato interamente a Londra. Un film che oggi appare come una delle opere più libere e sperimentali della sua stagione degli anni Sessanta e che la Mostra ripropone in una nuova versione restaurata digitale 4K, realizzato dal Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma con il supporto di Netflix e utilizzando i materiali degli aventi diritto Compass Film.
Ma l’omaggio potrebbe avere anche un protagonista in carne e ossa. La sorpresa della serata potrebbe essere infatti l’arrivo al Lido dello stesso Tinto Brass, 93 anni, insieme alla moglie Caterina Varzi, sposata nel 2017 in seconde nozze, dopo la scomparsa di Carla Cipriani nel 2006. Un ritorno particolarmente significativo per un regista profondamente legato a Venezia, città nella quale è nato artisticamente e che ha continuato a considerare una parte essenziale del proprio immaginario.
La scelta di Brass da parte del direttore artistico della Mostra, Alberto Barbera, non è casuale. Il presidente della Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, ha voluto sottolineare proprio questo legame, annunciando che la tradizionale preapertura dedicata ai veneziani quest’anno celebrerà “un grande maestro del cinema”, definito anche “un genio anticonformista del cinema italiano” e un autore “degno della grande tradizione”. E’ dunque un omaggio a Tinto Brass, ma anche una rilettura di Brass. Quello che sarà proiettato al Lido non è soltanto il film del regista che il pubblico ha a lungo associato al cinema erotico, bensì l’autore curioso e sperimentale degli anni Sessanta, il cineasta che cercava di rompere le regole del racconto tradizionale contaminando il cinema con la Pop Art, il fumetto e le nuove forme della cultura visiva.
“Col cuore in gola” racconta una storia che, già dall’inizio, sembra progettata per mettere insieme contraddizioni e tensioni. Bernard, un uomo disilluso, incontra Jane, una ragazza apparentemente priva di illusioni. Il loro incontro avviene davanti al corpo di un morto. Da quel momento, nell’arco di un giorno e una notte, i due vengono trascinati in una vicenda nella quale amore, paura, violenza e desiderio si mescolano senza mai trovare un equilibrio. Per Bernard, quell’incontro riaccende il meccanismo ormai arrugginito delle illusioni. L’uomo decide di abbandonare prudenza e convenzioni e di gettarsi completamente nell’avventura. Jane, al contrario, si muove in un universo dominato dalla necessità di sopravvivere, nel quale ogni sentimento sembra destinato a essere sacrificato alle circostanze. E’ una storia d’amore, ma è anche una storia di disillusione. E soprattutto è un viaggio dentro una Londra che Brass trasforma in un enorme palcoscenico.
La capitale britannica degli anni Sessanta, la Swinging London con le sue contraddizioni culturali e sociali, diventa infatti parte integrante del racconto. La città non è soltanto lo sfondo degli inseguimenti e degli incontri dei protagonisti: è una presenza che incombe sulla loro storia e contribuisce a trasformarla in qualcosa di sospeso tra realtà e immaginazione. Il film nasce liberamente dal romanzo “Il sepolcro di carta” di Sergio Donati, trasformato da Brass, Francesco Longo e Pierre Lévy-Corti in una sceneggiatura che prende il giallo come punto di partenza per andare altrove. Perché a Brass non interessa soltanto scoprire chi ha ucciso chi. Gli interessa soprattutto come raccontare quella storia. E’ qui che “Col cuore in gola” rivela tutta la sua modernità.
Brass guarda alla Pop Art, a Robert Rauschenberg e Roy Lichtenstein, alla pubblicità e soprattutto al fumetto. E per portare questa idea sullo schermo coinvolge Guido Crepax, allora già celebre cartoonist, che collabora alla concezione grafica del film realizzando una serie di tavole a colori utilizzate anche come storyboard delle sequenze d’azione. Il risultato è un film nel quale le immagini sembrano continuamente voler uscire dalla pellicola per diventare vignette, collage, tavole illustrate. La fotografia di Silvano Ippoliti, le scenografie di Carmelo Patrono e le musiche di Armando Trovajoli contribuiscono a costruire questo universo visivo, nel quale il thriller classico viene continuamente deformato e ricomposto. Brass voleva distinguere nettamente la realtà dall’immaginario. I personaggi che appartengono al mondo fantastico vengono trattati quasi come oggetti, come elementi di un collage. È un cinema che non procede soltanto attraverso la narrazione, ma per accostamenti, dettagli, improvvise accelerazioni e immagini capaci di imporsi autonomamente. “Col cuore in gola” diventa così il manifesto di quella stagione londinese che porterà Brass a realizzare anche “Nerosubianco” nel 1969 e “Dropout” nel 1970.
La proiezione della preapertura sarà anche l’occasione per restituire al film una nuova vita sul grande schermo, con l’opera che entrerà nel programma di Venezia Classici dell’83/a Mostra, in programma dal 2 al 12 settembre. E’ un secondo livello dell’omaggio: non soltanto ricordare Brass, ma riportare alla luce un’opera fondamentale del suo percorso, permettendo al pubblico contemporaneo di rivederla nella qualità e nella dimensione cinematografica che merita. “Col cuore in gola” era stato presentato fuori concorso proprio alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1967. Quasi sessant’anni dopo, torna dunque nella stessa città e nello stesso festival, ma con uno sguardo completamente diverso.
La scelta della Biennale assume un significato particolare anche perché consente di riportare l’attenzione su un Brass precedente alla sua definitiva identificazione con il cinema erotico. Per anni il regista è stato spesso confinato dentro quell’etichetta, come se bastasse a esaurire la complessità del suo percorso. La preapertura del 2026 propone invece un’altra prospettiva: quella del regista che negli anni Sessanta sperimentava forme, linguaggi e contaminazioni, cercando di sovvertire le regole del cinema di genere. “Col cuore in gola” è, in questo senso, una delle prove più evidenti della sua vocazione alla contaminazione. Il giallo incontra il fumetto, la narrazione incontra la Pop Art, il cinema incontra il collage. E’ un Brass ancora lontano dalla fama che avrebbe accompagnato la sua seconda stagione artistica, ma già pienamente riconoscibile nella sua ostinata volontà di non stare dentro le categorie.
E poi c’è Venezia. Brass ha raccontato la sua città fin dal primo film, “Chi lavora è perduto”, del 1963. Il rapporto con Venezia è rimasto nel tempo viscerale, anche quando la città ha smesso di essere una presenza abituale nei suoi set. Per questo la scelta di dedicargli proprio la serata tradizionalmente riservata ai veneziani ha qualcosa di profondamente simbolico. La Mostra, alla vigilia dell’apertura ufficiale, restituisce alla città uno dei suoi autori più singolari. E lo fa con un film che appartiene a una stagione nella quale Brass cercava ancora nuove strade, nuovi alfabeti e nuovi modi di guardare il mondo. Se poi, come potrebbe accadere, il regista dovesse davvero comparire al Lido insieme a Caterina Varzi, l’omaggio assumerebbe una dimensione ancora più personale: Tinto Brass tornerebbe a Venezia per assistere alla rinascita di un suo film, davanti al pubblico della Mostra che quasi sessant’anni fa lo aveva accolto fuori concorso. Sarebbe una scena degna di Brass. Un regista che ha sempre amato spiazzare lo spettatore potrebbe infatti concedersi l’ultima, piccola provocazione: lasciare che siano gli altri ad aspettare il film e poi presentarsi lui, come un personaggio appena uscito da una delle sue inquadrature. (di Paolo Martini)