Non sono servite scuse formali, né lunghe conversazioni. A riunire davvero i fratelli Gallagher, dopo quindici anni di gelo e silenzio, è stato l’affetto del pubblico. A raccontarlo sono Dylan Southern e Will Lovelace, i due registi di ‘Oasis: Don’t Look Back in Anger’, il documentario sulla reunion della famosa band inglese presentato in anteprima a Venezia 83 e nelle sale dal 10 settembre prima di arrivare in streaming in esclusiva su Disney+ a livello internazionale entro la fine dell’anno. “Onestamente, l’esito è stato incerto fino al primo concerto”, raccontano i due registi. “All’inizio, a parte la fotografia che ha lanciato il tour, non erano stati davvero nella stessa stanza insieme per 15 anni. Quindi, quando guardate il film e vedete le prove e vedete entrare Liam, quello è letteralmente il primo momento”. E di quell’incontro raccontano: “È andata proprio come si vede nel film. Liam entra e dice: ‘Cos’è quello sulla batteria? Sbarazzatevene’. E poi dice: ‘Okay, iniziamo? Andiamo?’. Due ore a suonare, e poi riprende la borsa e se ne va. In quel momento abbiamo pensato: ‘Wow, cosa è appena successo?'”.
L’incertezza ha dominato l’intero periodo delle prove: “Alla fine eravamo completamente incerti”, continuano. “È stato solo quando siamo andati in sala di montaggio e abbiamo guardato il girato, notando le sottigliezze nel modo in cui si relazionavano l’uno con l’altro, che abbiamo capito che stava accadendo qualcosa. Ma alla fine delle prove, eravamo ancora lì a chiederci: ‘Beh, si sono riconciliati?'”. La vera risposta è arrivata solo con il primo live. “Quando siamo arrivati a Cardiff, proprio come tutto il pubblico lì presente, non sapevamo come sarebbe andata. E pensiamo che sia stato questo a rendere tutto speciale”. “Ciò che ci interessava davvero era: cosa li riavvicinerà? E l’ingrediente magico è stato il pubblico”. Per i registi il vero motore “sono state le persone che li avevano aspettati. Lo abbiamo visto accadere durante il tour, concerto dopo concerto. Loro stessi non si aspettavano una reazione del pubblico così vasta e, soprattutto, così emotiva. Quell’affetto ha avuto un effetto tangibile sul loro rapporto: li vedevi avvicinarsi sempre di più, sera dopo sera, man mano che il tour proseguiva”.
Sul legame dei fan con la band, spiegano: “Trovando persone in tutto il mondo – dalla Corea del Sud al Sudamerica e così via – che avevano un legame specifico con determinate canzoni, si cerca in un certo senso di ottenere la risposta proprio da chi sta vivendo quell’esperienza. Ad esempio, una donna in Corea che dice: ‘Quando cadi, certa musica ti aiuta a risollevarti, ma gli Oasis cadono con te e si rialzano con te'”. Una frase che, secondo loro spiega come il film fosse diventato una storia universale: “Gli Oasis sono di tutti, siamo noi”. Il film, così, “ha iniziato a diventare una storia che riguardava tutti, i fan compresi. E sembrava davvero in sintonia con un’epoca in cui siamo così divisi, sempre pronti a discutere o a irrigidirci nelle nostre posizioni”.
Dietro la scrittura del doc c’è Steven Knight, l’ideatore di ‘Peaky Blinders’: “Liam e Noel non volevano un documentarista tradizionale. Cercavano un approccio diverso”, non basato sul loro rapporto. Ma sulla riconciliazione dichiara: “Secondo me, c’è una bellissima espressione che dice: ‘più si invecchia, più si diventa se stessi’. E penso che, man mano che invecchiavano e i loro figli crescevano, credo si siano liberati di molte cose. La spavalderia, le finzioni e il bisogno di dimostrare qualcosa. E poi credo che forse abbiano guardato oltre il divario, si siano guardati l’un l’altro e abbiano pensato: ‘Beh, siamo uguali'”. La pace, quindi, tra i fratelli Gallagher è avvenuta sotto i riflettori, alimentata da un coro di voci che cantava ‘Wonderwall’ e ‘Don’t Look Back in Anger’. I fratelli stessi, vedendo il documentario da soli, hanno avuto una reazione “incredibilmente emotiva”, racconta Knight. Forse perché hanno rivisto non solo la loro storia, ma quella di migliaia di fan che, insieme a loro, si sono rialzati. “Liam lo dice scherzando: ‘Oasis saves’ (‘gli Oasis salvano’, ndr). Ma, in un certo senso, è stato davvero così”, concludono i due registi.