‘Serpenti’, presentato nella sezione ‘Venezia Spotlight’, è un film che usa il grottesco per raccontare la realtà e la satira per interrogare la coscienza. Un’opera che parte dalla risata per arrivare alla vertigine morale, e che mette in scena un paradosso: un uomo che ha ucciso sua moglie tenta di costituirsi, ma nessuno lo ascolta. Paolo Marra, interpretato da Leonardo Lidi, entra in commissariato e pronuncia la frase che dovrebbe cambiare tutto: “Ho ucciso mia moglie”. È divorato dal senso di colpa, vuole pagare, scontare la pena, ridare dignità alla donna che ha ucciso e a se stesso. Ma il poliziotto di turno, Alessandro Borghi, afflitto da un mal di testa a grappoli, non gli dà peso, temporeggia, lo lascia addirittura uscire per comprare dei cappucci coprichiave da un ferramenta. Nessuna urgenza, nessuna allerta, nessuna percezione del femminicidio. Solo un uomo che cerca di liberarsi la coscienza e una società che non sa più ascoltare. “Mai come oggi bisogna usare la fantasia e ammalarla di realtà”, dicono gli sceneggiatori Fabio e Damiano D’Innocenzo. Oggi, aggiungono, “non si parla di niente perché non si ascolta nulla. Questo è l’unico modo per tornare ad ascoltare qualcuno che dice qualcosa di sincero. Spesso viviamo senza voler guardare la realtà, un sacco di vite sono vissute senza voler convivere con la realtà”.
Il film – nelle sale italiane dal 10 settembre, distribuito da Be Water Film in collaborazione con Europictures – “parla di tutto quello che ci aspetta lì fuori se non siamo pronti a far forza sulla nostra morale, a quanto non siamo bravi ad ascoltare e a farci ascoltare”, dice Borghi. La forza del film, aggiunge, sta nel suo meccanismo emotivo: “Ti fa ridere per tutto il film, e poi negli ultimi dieci minuti capisci che non c’è niente da ridere. Ti fa quasi sentire colpevole di aver riso”. È un equilibrio “instabile tra empatia e repulsione”, che per un attore diventa anche una riflessione personale: “Se non avessi avuto i miei genitori, se non avessi incontrato le persone giuste, quell’avvocato (cinico e paradossale, interpretato da Pietro Castellitto, ndr) mi avrebbe convinto. Le parole sono importanti, e questo film lo dimostra”. Il regista Roberto De Paolis Maino racconta di aver cercato una via originale per affrontare la violenza sulle donne, evitando retorica e didascalismo: “Mi sono chiesto tante volte come si potesse trattare il tema della violenza sulle donne – e sulla violenza in generale – cercando una via pungente e non facile. La storia si sviluppa in un contesto metaforico: il commissariato è un modellino della società”. Il personaggio di Paolo Marra, “è un assassino malinconico e redento che, nell’arco di un solo giorno, si trasforma in un uomo disilluso e rabbioso, pronto a uccidere di nuovo pur di essere ‘filato’ dallo Stato”. Un personaggio “gigantesco e minuscolo, carnefice e vittima, empatico e respingente”, la cui complessità si riflette su tutti gli altri, “sfacciate proiezioni della sua anima”.
Pietro Castellitto, avvocato pragmatico e cialtrone, sottolinea il ribaltamento del punto di vista: “Siamo abituati all’ipocrisia opposta: al silenzio prima e poi a scendere in piazza dopo che il delitto avviene. Qui il paradosso è che quest’uomo vuole costituirsi e nessuno fa nulla. I personaggi che incontra sono allegorie della sua coscienza. Lui è forse il più buono della storia: i serpenti sono gli altri. Mi sembra un topolino in pasto ad anaconda che cercano di piegarlo alla loro griglia valoriale”. Valeria Golino, qui nei panni di una cartomante, difende la scelta di affrontare il tema attraverso la satira: “È difficile fare satira sociale in un’epoca in cui non si può più dire niente. Ma è proprio il momento perfetto per farla. Forse è l’inizio di un nuovo cinema italiano che si interessa alla politica, al linguaggio, al sociale, ma non in modo sociologico. La realtà è intrisa d’assurdo, e sperimentare è bellissimo”. Presente in conferenza anche il protagonista Leonardo Lidi, che ha abbandonato l’incontro dopo pochi minuti per una giusta causa: “Domani mi sposo”.