The Visitor: quel ritmo che vince la solitudine

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The Visitor
di Thomas McCarthy
U.S.A., 2008
Nomination: Richard Jenkins, miglior attore protagonista

[oblo_image id=”1″]Dopo aver fatto incetta di premi (Brisbane International Film Festival, Deauville Film Festival, Method Fest, Moscow International Film Festival ecc.) The Visitor (L’ospite inatteso), il nuovo film di Thomas McCarthy, guadagna anche una nomination per l’Oscar, grazie alla pregevole interpretazione di Richard Jenkins, che si candida appunto quale miglior attore protagonista.
Questi indossa i panni di un professore di economia, Walter Vale, che si presenta al pubblico in tutta la sua veste di burbero accademico, intransigente anche nella scelta di un insegnante di pianoforte (quasi cinico lo schietto diniego nei confronti dell’anziana maestrina). La premessa quindi non ci fa amare subito questo personaggio dal volto fissamente inespressivo e dall’atteggiamento formalmente ingessato. L’abilità di Jenkins è quella di condurre Walter verso una graduale trasformazione, i cui improvvisi gesti di gentilezza e trasporto emotivo si plasmeranno in alcune movenze così naturalmente impacciate da risultare irresistibili.

Il tutto comincia da un incontro imprevisto con due giovani clandestini, che avevano abusivamente occupato il suo appartamento di New York. Egli così scopre una realtà umana tanto vicina e coinvolgente quanto distanti e astratte si rivelassero, ormai, le accademiche teorie sullo sviluppo economico.
Ciò che colpisce in The Visitor è proprio questo incontro, di chiara natura antropologica, che sembra invece declinarsi più come una relazione di amicizia inattesa, inquadrabile al massimo quale dialogo intergenerazionale, piuttosto che come vero scambio interculturale. Infatti il ponte comunicativo si costruisce su intese spontanee (prima tra Walter e Tarek e poi, con un carattere anche amoroso, tra Walter e Mouna) e non tanto su quell’esigenza di dover trovare un linguaggio comune tra cultura americana e siriana. [oblo_image id=”2″]Una semplicità di accordi interpersonali particolarmente incisiva se stride poi con quella rigidità istituzionale antiterroristica, che interpreta la paura post 11 settembre.
In particolare è la musica a ricoprire una funzione di collante tra i personaggi (si pensi solo all’interesse che spinge Walter verso la ritmica araba e africana, da un lato, e Mouna verso la musica classica occidentale).

Ma è anche l’uso elegante e parsimonioso dei dialoghi a sottolineare la sensibilità non verbocentrica di McCarthy, il quale preferisce dare spazio alla sola musica di sottofondo e alla comunicazione puramente gestuale per narrare alcuni passaggi cruciali. Come accade, ad esempio, nella scena in cui Zainab viene informata dell’espulsione di Tarek: il volto triste e insieme composto di Mouna e il successivo pianto di Zainab esprimono ampiamente tutta la tragicità dell’increscioso epilogo.
Il dialogo, inoltre, assume uno specifico effetto connotativo quando, slittando facilmente, in maniera extra diegetica, da una scena a quella successiva, ignora le ellissi temporali e spaziali tracciate dalle immagini. Lo stesso accede con la musica interna, che rompe talvolta la dimensione narrativa, travasandosi con disinvoltura da una scena all’altra. Come avviene per la sequenza del concerto jazz: continuiamo ad ascoltare le note del sax anche nei quadri successivi che ritraggono momenti della conferenza. Con quest’uso molto consapevole della colonna sonora il regista sembra voler configurare proprio quel mutamento interiore che si verifica nel protagonista, come se un movimento sotterraneo, rappresentato dalla musica, possa imporsi alla staticità che persiste visivamente, soprattutto nel rigido atteggiamento del professore.

[oblo_image id=”3″]Infine è interessante il modo (stavolta puramente visivo) di configurare la solitudine di Walter, che sembra trapelare tutta negli spazi dilatati, ovvero in quei campi lunghi capaci di sottolineare la sua impotenza nei confronti del vuoto ingombrante. Lo si può vedere in particolare nella sequenza iniziale, in cui il professore rimane solo nella grande casa, dopo la lezione di pianoforte, ma si percepisce ancor più, in absentia, quando, dopo la scoperta dei due ragazzi nell’appartamento newyorkese, questi ultimi decidono di andare via. I piani visivi, che avevano descritto l’incontro-scontro e che avevano portato la cinepresa a ridurre finalmente le distanze con i corpi, si allargano nuovamente, mostrando un ambiente domestico che appare, inesorabilmente, tanto ampio e accogliente quanto arido e desolato.