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Sovranità digitale senza Costituzione europea? Raffiotta: “Il rischio è decidere per regolamento ciò che richiede legittimazione democratica”

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Si può parlare davvero di sovranità digitale europea quando l’Unione non dispone ancora di una piena struttura costituzionale, di una difesa comune e di un circuito democratico paragonabile a quello degli Stati? È la provocazione lanciata da Edoardo Carlo Raffiotta, professore di diritto costituzionale, diritto dell’innovazione e dell’AI all’Università Milano-Bicocca e componente del Comitato strategia AI, alla conferenza organizzata da Adnkronos e Open Gate Italia.

La sovranità, nella tradizione costituzionale, implica potere e capacità di adottare regole senza riconoscere un’autorità superiore. Ma oggi il potere non coincide più soltanto con il soggetto pubblico. Le grandi imprese tecnologiche controllano dati, infrastrutture e servizi che un tempo appartenevano alla sfera statale, e dispongono di risorse economiche superiori a quelle di molti Paesi.

Questo spostamento rende necessario un livello europeo di risposta, ma non risolve il problema della legittimazione. Per Raffiotta, la sovranità europea non nasce da un’etichetta né dalla somma di singoli regolamenti. Richiede un’infrastruttura costituzionale e un rapporto chiaro tra cittadini, istituzioni politiche e apparati tecnici.

Il rischio è trasferire decisioni fondamentali attraverso atti settoriali senza costruire prima un circuito democratico adeguato. La tecnica deve sostenere la politica, mentre la responsabilità della scelta deve restare riconoscibile. A livello europeo, secondo il costituzionalista, questo rapporto appare ancora incompleto.

Anche la semplificazione rischia di diventare una formula astratta. Mentre le istituzioni dichiarano di voler ridurre gli oneri, l’Ai Office e gli organismi europei continuano a produrre linee guida e documenti complessi. Quattro regolamenti in pochi mesi possono aumentare la stratificazione anziché ridurla, soprattutto per imprese e amministrazioni che devono tradurre le norme in compliance concreta.

Il fattore tempo è altrettanto importante. Il processo legislativo europeo può richiedere anni, mentre la tecnologia cambia in pochi mesi. Le consultazioni pubbliche consentono ai portatori di interesse di presentare osservazioni, ma resta da capire quanto queste posizioni incidano sul testo finale, costruito attraverso passaggi tra Commissione, Consiglio, Parlamento e trilogo.

In assenza di una piena sovranità europea, gli Stati devono mantenere un ruolo. Non soltanto per ragioni identitarie, ma perché gli interessi industriali, economici e di sicurezza dell’Italia non coincidono necessariamente con quelli di Francia o Germania. La frammentazione è un problema, ma può anche rappresentare il riflesso di interessi nazionali legittimi.

Raffiotta ha richiamato inoltre la dimensione criminale della minaccia cyber. Il rischio non proviene soltanto da Stati ostili: ransomware, furto di dati e sottrazione di segreti industriali sono attività riconducibili in larga parte a organizzazioni criminali. Una strategia di sicurezza basata esclusivamente sulla nazionalità dei fornitori rischia quindi di non cogliere l’intero quadro.

La soluzione passa per una semplificazione reale, con meno norme e contenuti più chiari, e per investimenti effettivi. Gli interessi politici nazionali devono restare nelle mani delle istituzioni democratiche finché l’Europa non avrà costruito una struttura federale pienamente legittimata.

Raffiotta ha infine indicato una contraddizione: l’Unione cerca di uniformare le regole tecnologiche per attrarre investimenti, ma lascia irrisolta la frammentazione fiscale, che continua a generare competizione interna. Parlare di sovranità digitale senza affrontare questo livello significa intervenire su una parte del problema e non sulle condizioni economiche che determinano la localizzazione delle imprese.

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