Il recente confronto parlamentare sulla nuova legge elettorale ha fatto esplodere l’uso del termine ‘capocrazia’, sempre più ricorrente nel dibattito tra maggioranza e opposizione. Questa parola, utilizzata inizialmente soprattutto dagli esponenti dell’opposizione, è stata ripresa anche dalla maggioranza per controbattere o minimizzare le critiche degli avversari. A ricostruire la storia e la crescente diffusione nel linguaggio della politica di questo neologismo è il linguista Michele A. Cortelazzo, professore emerito di linguistica italiana all‘Università di Padova’ e accademico della Crusca, in un articolo della rubrica ‘Le parole della neopolitica’, pubblicato su ‘Lingua italiana’, il magazine digitale dellIstituto della Enciclopedia Italiana Treccani.
Utilizzata per la prima volta in un editoriale del costituzionalista Michele Ainis pubblicato su ‘la Repubblica’ il 24 settembre 2017, la parola ha preso il sopravvento a partire dal 2024, e ha trovato spazio fino ad oggi in ben 80 articoli dei quotidiani, spiega Cortelazzo. Tra i politici che l’hanno utilizzata si segnalano i senatori di Avs Tino Magni, che in una dichiarazione del 10 settembre 2026 ha parlato di “una sorta di capocrazia contraria alla Costituzione”, e Peppe De Cristofaro, che in un’intervista al ‘Manifesto’ dell’11 settembre ha definito la proposta di legge elettorale ispirata “al principio della capocrazia, con parlamentari fedeli, l’indicazione del premier e un premio di maggioranza abnorme”. Anche Enrico Borghi di Italia Viva ha utilizzato il termine, definendo la legge elettorale proposta dalla maggioranza “una forzatura, che denota una crisi della nostra democrazia”, una “capocrazia” e un “premierato nascosto”, come riportato da ‘Open’ il 7 settembre 2026.
Il neologismo è risuonato più volte anche nelle aule del Parlamento, grazie alla senatrice del Partito Democratico Cecilia D’Elia secondo la quale la nuova proposta di legge elettorale “è un provvedimento che risponde a un’idea di democrazia che si può sintetizzare con la capocrazia”, mentre il collega Daniele Manca ha parlato della trasformazione delle democrazie in “capocrazie”. Nella stessa seduta parlamentare la parola è stata ripresa dalla senatrice di Fratelli d’Italia Cinzia Pellegrino per contestarne l’utilizzo da parte dell’opposizione: “Vi crogiolate nei vostri neologismi (abbiamo sentito ‘capocrazia’, ‘premieratino’), perché lo spauracchio dell’autoritarismo va sempre bene””. Il giorno successivo anche il capogruppo Lucio Malan e la ministra Maria Elisabetta Alberti Casellati sono intervenuti per respingere con ironia questa scelta lessicale: “Quindi, parlare di deriva autoritaria e di lacerazione del tessuto costituzionale di ‘capocrazia’, come ho sentito dire, è davvero un fuor d’opera”, ha dichiarato Casellati prendendo le distanze dall’uso che ne fa l’opposizione. (di Paolo Martini)