Piazze virtuali dove i ragazzini giocano, si divertono e si incontrano spesso sottovalutando i rischi a cui potrebbero essere esposti. La vicenda del 15enne finito nel carcere di La Valletta a Malta, che secondo quanto riportato dal ‘Corriere della Sera’ sarebbe frutto di una trappola-ricatto da parte di un gruppo che lo avrebbe avvicinato su una piattaforma online, riaccende i riflettori sui pericoli che si insidiano nel web frequentato sempre più spesso da giovanissimi. “In generale i luoghi dove si affollano tanti bambini e ragazzi – social, videogiochi o piattaforme di messaggistica che cambiano a seconda delle mode e dei periodi – attirano l’attenzione di soggetti che hanno interesse a costruire un’interazione diretta con loro, come pedofili con l’idea di adescarli e di portarli su argomenti sessuali oppure truffatori”, spiega all’Adnkronos Cristina Bonucchi, primo dirigente tecnico psicologo della Polizia di Stato. C’è chi, attraverso le piattaforme, convince i più piccoli a inviare foto o materiale intimo per poi passare ai ricatti. “Se in passato il fenomeno della sex extortion prendeva di mira soprattutto gli adulti, anche per la disponibilità economica maggiore, oggi abbiamo tantissime richieste di aiuto da parte di ragazzini o dei loro genitori che si accorgono che i ragazzini sono caduti in questa trappola” sottolinea Bonucchi secondo la quale i cyber criminali “evidentemente si sono resi conto che la malleabilità, la suggestionabilità e la confidenza che i bambini e i ragazzi danno online, li rende dei soggetti più facili da irretire e, anche se il denaro a disposizione è meno, la quantità di vittime è decisamente più alta”.
A ciò si aggiunge poi la possibile esposizione al cyberbullismo: “Ci sono giochi – ricorda Bonucchi, direttrice dell’unità di analisi del crimine informatico presso la Polizia Postale – in cui bisogna fare squadra, ci sono le sfide e, se non sei particolarmente bravo, possono essere il posto in cui iniziano gli insulti tipici del cyberbullismo”. Tuttavia gli strumenti per difendersi ci sono. “Il web non è una terra di nessuno – assicura Bonucchi – la sensibilità di tutte le piattaforme nel tempo è aumentata, ma deve incontrare l’attenzione di chi guida i più piccoli e la consapevolezza dei bambini e ragazzi”. “È importante quindi installare il parental control, mantenere riservate le password, stabilire i tempi: passare 6-8 ore a giocare ai videogiochi espone il ragazzo non solo al rischio fisico ma anche maggiormente a rischi per motivi statistici”, continua l’esperta. Importante non demonizzare ma mantere il dialogo aperto con i propri figli: il consiglio ai genitori è quello di decidere insieme i limiti di accesso, mostrarsi curiosi sui loro interessi anche online, sottolinea Bonucchi, affinché i piccoli siano spinti a confidarsi e raccontare eventuali problemi. Infatti non mancano i casi di bambini che, per paura di punizioni, evitano di parlarne con la madre e il padre: “Alcuni si rivolgono alla Polizia di Stato direttamente sul nostro portale www.commissariatodips.it spesso chiedendoci di non dirlo ai genitori, ma è importantissimo che cerchino un adulto che li possa aiutare a capire cosa fare e come mettersi al sicuro”.
“Sappiamo che ci sono tantissimi bambini sui social, al di sotto dell’età minima dei 13/14 anni – osserva Bonucchi – Ma è un rischio grande, non hanno la forza di difendersi e gli algoritmi possono proporgli contenuti non adatti alla loro età. Non dobbiamo consentire ai piccoli di mentire sulla loro età perché significa rinunciare a misure di protezione”. In caso di problemi però “niente panico, c’è la polizia postale, la polizia di Stato contattabile sia tramite l’app YouPol sia attraverso il nostro portale”, assicura Bonucchi. “Ai ragazzi il consiglio è di accettare le regole e ricordarsi che dietro ogni singolo contatto c’è in realtà una persona che può essere buona o cattiva, ma nascosta dietro uno schermo fingere è più facile”, sottolinea il primo dirigente tecnico psicologo della Polizia di Stato mettendo in guardia anche dai tanti forum e piattaforme sul mondo del crime. “Se succede qualcosa, niente paura e niente vergogna: scrivere alla Polizia di Stato, parlare con i genitori, con un insegnante, qualcuno di cui ci si fida e che può dare aiuto”, suggerisce l’esperta.