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La Cecenia diversa di Massimo Bonfatti

[oblo_image id=”4″]“Inafferrabile e persistente. Nebbia che non è nebbia. Polvere che non è polvere. Ma la vista è appannata mentre si percorrono le strade di Grozny… Anni di distruzione e di
bombardamenti ed i continui travasi delle migliaia e migliaia di tonnellate di macerie marcano il ricordo della tragedia con questo indistinto aerosol che ovatta una realtà contraddittoria, ma che con prepotenza vuole affrancarsi dalla guerra. Grozny è tutto quello che non mi sarei mai aspettato. Un cantiere e una vitalità inaspettata. Gli orrori sono diluiti a macchia di leopardo in zone non ancora raggiunte dalle gru, ma per il resto i palazzi sono colorati e piatti come una serie di Lego e si rincorrono e fanno a gara con policromie prepotenti…
”.

Sono le parole del “diario di viaggio” di Massimo Bonfatti, Presidente dell’Associazione Mondo in cammino (MIC), di ritorno dal suo viaggio-missione in Caucaso. Descrive quello che ha visto nei territori delle tre repubbliche caucasiche (Cecenia, Ossezia del Nord e Inguscezia). Per tutti Grozny è sangue e morte ma quello molti non sanno è la generosità della gente.

Qual è la missione di MIC in questa terra?
La missione di MIC è quella di cercare di attuare strategie di “confidence building” all’interno, soprattutto dell’Ossezia del Nord, Inguscezia e Cecenia. I capisaldi di tale strategia, proiettata verso la costruzione di percorsi di pacificazione interetnica ed interreligiosa, sono: la neutralità, l’extraterritorialità, la negoziazione e l’interposizione non violenta. MIC ha la convinzione di poter intervenire con piccole azioni nella quotidianità della gente e con essa provare a cercare strumenti per una migliore convivenza. Non va dimenticato che lo slogan di MIC è “il volontariato fatto con i piedi”.

[oblo_image id=”3″]Qual è stato il suo impatto con questa realtà? Emozioni, impressioni, sensazioni?
La sensazione più strana che mi hanno dato finora i viaggi compiuti nel Caucaso del Nord è quella di essere parte di un pezzo di storia, ovvero di vivere in prima persona gli avvenimenti che permeano questa realtà e le repubbliche che ne fanno parte. E’ una situazione dove ogni passo, ogni azione è sottoposta ad una attenzione di curiosità. Quella della gente comune che vuole che la tua voce sia la loro e che i tuoi occhi siano i loro testimoni, non solo di disavventure, ma anche della voglia di vivere che è prepotente come il respiro profondo dei sopravissuti dopo l’inferno.
Comunque è una emozione forte, soprattutto per la facilità di capirsi che scardina tutti gli stereotipi descritti da una certa stampa approssimativa: non bruti, violenti o peggio ancora banditi mettendo l’accento sulla religione e sulla etnia, come nel caso della descrizione dell’ attacco a Beslan.
Ricordate?: “Terroristi ceceni, musulmani ingusci, separatisti, integralisti”. Niente di tutto ciò: gente normale, generosa, affabile. Ma la cosa che sconvolge di più è il parlare che, per esempio, si fa sulla Cecenia in Europa, senza conoscerla. Percorrerla con i propri piedi ti riconcilia con la verità e con i respiri di una umanità, la stessa descritta da Anna Politkovskaya e ribaditami da Lidia Yusupova, l’avvocato ceceno di Memorial.

[oblo_image id=”2″]Che genere di difficoltà ha riscontrato per tutta la durata del viaggio?
Come tutti i viaggi le difficoltà sono notevoli nella preparazione per ovvi motivi logistici. In loco bisogna abituarsi a rapide riprogrammazioni, ma le difficoltà maggiori risiedono nell’espletare le prassi per la “registrazia” e l’attraversamento dei vari posti di blocco. Tutto si basa sulla contrattazione e sul saper mantenere la calma perchè la provocazione è sempre dietro l’angolo. In 40 km, dalla Cecenia al distretto del Prigorodni, siamo stati fermati 6 volte. Abbiamo sempre ostentato serenità e tranquillità nonostante i kalashnikov imbracciati dai soldati. Abbiamo cercato anche di familiarizzare con loro.

Qual è la sua opinione o impressione in merito al presidente ceceno Ramzan Kadyrov?
Kadyrov è un populista che sa far leva sui sentimenti della gente: gesti plateali e ad effetto. Come quando un bambino cadde nel pozzo un po’ di tempo fa. Al seguito della televisione locale Kadyrov si è recato sul luogo, ha chiesto l’intervento dei migliori mezzi di cui la repubblica dispone per estrarre il bambino. Ha assistito a tutta l’operazione, durata diverse ore. Alla fine lo ha abbracciato e gli ha regalato 1.000 euro ed una vacca.
Ramzan (come familiarmente lo chiamano) almeno all’esterno fa foggia di atteggiamenti coerenti. In questo è apprezzato dalla gente. Inoltre la disposizione impartita ai kadyrovisti (le sue guardie) all’inizio del 2007 di diventare agenti “di ordine” e di smettere con le vessazioni, ha ridato un clima di sicurezza alla gente. Infine la capacità di Kadyrov di attrarre diversi finanziamenti federali ed altri dai “suoi amici” (quali, non si sa), ha permesso di reinvestire nella ricostruzione, soprattutto a Grozny la capitale. E questo è il “miracolo Kadyrov”. Questa situazione allontana però, sempre di più le persone dai “boiviki” (i guerriglieri), isolandoli sulle montagne. E Kadyrov di questo è consapevole e lo fa capire dalle gigantografie in cui è affiancato al padre e a Vladimir Putin. La cosa che più colpisce è che, nonostante le critiche e le denunce sulle libertà negate, buona parte delle persone (anche i cosiddetti oppositori) cerca di dialogare con gli apparati statali (cosa inimmaginabile alcuni anni fa).

Dal suo resoconto si legge che l’Fsb indagava su di voi. Perché?
Credo che siamo capitati in un periodo un po’ particolare: il quindicesimo anniversario del conflitto osseto-inguscio, le manifestazioni di piazza in Georgia (e noi eravamo in prossimità del confine), le imminenti elezioni nella federazione russa. Penso che abbia preoccupato il nostro ruolo di “osservatori stranieri”. Inoltre, per una disposizione del Ministero per la sicurezza federale, il Distretto del Prigorodni è stato interdetto agli stranieri. Si può entrare solo con una speciale autorizzazione. Noi ne eravamo all’oscuro. Durante il tragitto per la Cecenia, i militari non ci hanno detto niente; al ritorno, quando ci siamo fermati per 6/7 ore nelle scuole del Prigorodni a parlare con gli scolari e con i loro insegnanti e genitori, ci hanno, invece “notato”. Comunque il tutto, dopo una decina di giorni di “indagini”, si è risolto con una multa. Penso che l’aver sempre “dimostrato” un atteggiamento di neutralità e di ufficialità (cioè il rapportarsi con gli apparati istituzionali delle tre repubbliche e con la nostra ambasciata) abbia giocato a nostro favore. Un aneddoto. Nel ritorno dalla Cecenia, al confine con l’Inguscezia, i militari ci hanno trattenuto per circa mezz’ora. Ci contestavano le modalità della visita nel Caucaso del Nord ed il fatto di non aver pianificato il nostro viaggio. Abbiamo detto di essere volontari di MIC: il graduato ci ha scrutato per alcuni secondi e poi ci ha dato il consenso per proseguire. Probabilmente casualità o militare “sopraffatto” dalle estenuanti discussioni e spiegazioni. Sicuramente la prossima volta potrebbe non significare niente e, MIC o non MIC, potremmo doverci affidare ad altre modalità per giustificarci.

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