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Israele, l’ex ostaggio Ilana Gritzewsky: “Dopo il 7 ottobre immagino un futuro senza odio, pace richiede sicurezza e umanità”

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”Un intero mondo svanito nel giro di poche ore”, il 7 ottobre 2023. E poi, 55 giorni in ostaggio di Hamas nella Striscia di Gaza in cui ha subito ”violenza sessuale” ed è stata ”umiliata, picchiata e terrorizzata”. Ora, ”ogni giorno scelgo la vita”, insieme al fidanzato Matan Zangauker, rimasto ostaggio per oltre due anni, 738 giorni. E sogna di ”crescere una generazione di bambini che ereditino le nostre storie, ma non il nostro odio”. Ilana Gritzewsky aveva 31 anni quando è stata rapita nel kibbutz Nir Oz, e con l’Adnkronos ricorda quel giorno, parla della sua vita oggi, immagina il suo futuro.

Sono passati tre anni da quel 7 ottobre. Cosa ricorda di quel giorno?

”Ricordo tutto. Sono passati tre anni, ma per me il 7 ottobre non è semplicemente una data del passato. Ci sono momenti in cui chiudo gli occhi e mi ritrovo di nuovo lì. Ricordo di essermi svegliata al suono delle sirene. Ricordo di essere stata nella stanza blindata con Matan, senza capire che nel giro di pochi minuti la vita che conoscevamo sarebbe svanita. Ricordo i terroristi che entravano in casa nostra, l’incendio, la paura e il momento in cui siamo fuggiti dalla finestra della stanza blindata, correndo per salvarci la vita. Matan ed io siamo corsi in direzioni diverse. Quello è stato l’ultimo momento in cui l’ho visto. Ricordo di essere stata catturata, trascinata per i capelli, circondata da uomini armati e portata a Gaza su una moto. Ricordo di essermi guardata intorno e di aver capito che nessuno stava venendo a salvarmi. Ma ciò che mi è rimasto più impresso non è solo la violenza. È la sensazione che un intero mondo sia svanito nel giro di poche ore. La mia casa, il mio kibbutz, i miei vicini, il mio senso di sicurezza, la vita semplice che Matan ed io avevamo costruito insieme. Prima del 7 ottobre, la felicità era qualcosa di molto ordinario. Portare a spasso il nostro cane, Nuni. Bere un caffè insieme sul balcone. Preparare la cena. Guardare Netflix. Litigare per sciocchezze e poi ridere cinque minuti dopo. Quella mattina mi ha insegnato quanto sia preziosa una vita ordinaria. E forse è proprio questo che vorrei che le persone di tutto il mondo capissero: dietro ogni titolo di giornale, ogni cifra e ogni discussione politica, ci sono degli esseri umani. C’erano famiglie che facevano colazione, bambini che dormivano nei loro letti, coppie che facevano progetti per il fine settimana. Il 7 ottobre, quelle vite sono andate in frantumi nel giro di poche ore.

E’ rimasta prigioniera di Hamas a Gaza per 55 giorni. Cosa può dirci di quel periodo terribile?

”Sono rimasta prigioniera per 55 giorni, anche se in prigionia i numeri perdono quasi di significato, perché il tempo non esiste nel modo in cui lo intendiamo noi fuori di lì. Ci sono aspetti di quei 55 giorni che trovo ancora difficile esprimere a parole. Ero ferita. Avevo il bacino rotto, la mascella lussata, una gamba gravemente ustionata e danni all’udito. Avevo fame. Avevo sete. Sono stata umiliata, picchiata e terrorizzata. Ho subito violenza sessuale. C’erano notti in cui non sapevo se sarei stata ancora viva al mattino. Ma forse la tortura più insopportabile era non sapere. Non sapevo cosa fosse successo a Matan. Non sapevo cosa fosse accaduto alla mia famiglia, ai miei amici, alla mia comunità o al mio Paese. E uno dei pensieri che mi accompagnava costantemente era non sapere se la mia famiglia sapesse che ero viva, se mi stessero cercando, se stessero combattendo per me e aspettando il mio ritorno a casa. E ogni giorno inizi a combattere una battaglia dentro la tua stessa mente. Ti dici: non dare loro la tua speranza”.

Come è riuscita a sopravvivere?

”A volte sopravvivere non è un atto eroico. A volte sopravvivere significa mangiare le poche briciole che ti vengono date. Significa sforzarsi di bere. Significa svegliarsi un altro mattino ancora. Significa guardare un altro ostaggio e capire, senza bisogno di parole, che dovete tenervi in vita a vicenda. C’erano momenti in cui sentivo che il mio corpo non mi apparteneva più. La mia libertà era svanita. La mia dignità mi veniva strappata via. Tutto ciò che ti fa sentire umano veniva portato via. Ma da qualche parte, nel profondo di me, c’era ancora una vocina che diceva: “Tornerai a casa”. Mi sono aggrappata a quella voce. Sono sopravvissuta. E oggi parlo anche per coloro che sono stati uccisi e non potranno mai raccontare ciò che hanno subito, e per i sopravvissuti che non sono ancora in grado – o forse non lo saranno mai – di parlare di ciò che hanno vissuto. Il loro silenzio non deve mai essere scambiato per assenza di sofferenza”.

Ora è libera. Come riesce ad andare avanti e a elaborare il trauma che hai subito?

”Per me la libertà è una cosa complessa. Al mio ritorno, spesso sentivo che solo il mio corpo era tornato a casa. Una parte della mia anima era rimasta a Gaza. E per quasi due anni, Matan è rimasto lì. Era impossibile sentirsi completamente liberi mentre la persona che amavo restava prigioniera. Ora è finalmente a casa, ma il trauma non svanisce quando finisce la prigionia. Ci sono incubi, ricordi e momenti in cui il mio corpo ricorda prima ancora della mia mente. La guarigione si è rivelata un lungo percorso, sia fisico che emotivo. Sono stata circondata da medici, psicologi, psichiatri e ortopedici che mi hanno aiutata ad affrontare le ferite e il trauma con cui sono tornata a casa. E in tutto questo, l’amore e il sostegno della mia famiglia sono stati una delle fonti di forza più grandi per la mia guarigione. Ci sono battaglie molto difficili da combattere da soli. Sto imparando che guarire non significa tornare a essere la persona che ero prima. Non credo che sarò mai più esattamente quella persona. Significa imparare a convivere con ciò che mi è accaduto senza permettere che definisca il resto della mia vita: ridere senza sensi di colpa, amare, fare progetti e credere nel domani. Ogni giorno scelgo la vita, mi riprendo un altro piccolo pezzo della mia libertà”.

Il 31 dicembre lei e Matan Zangauker vi siete ufficialmente fidanzati. Come immagina il vostro futuro insieme?

”Per molto tempo ho avuto paura di immaginare questo futuro. Quando Matan era a Gaza, non mi permettevo di spingere i sogni troppo in là, perché faceva troppo male. Non sognavo un matrimonio, una casa o dei figli. Sognavo le cose più semplici. Volevo vederlo varcare la soglia di casa. Volevo toccargli il viso. Volevo preparargli il caffè. Volevo sentirlo lamentarsi per qualche sciocchezza. Volevo riavere la nostra vita di tutti i giorni. Ora siamo fidanzati e a volte lo guardo e ancora non riesco a credere che sia qui. Per me, il nostro matrimonio sarà molto più di una semplice cerimonia. E’ la nostra risposta a tutto ciò che ha cercato di distruggerci. Hanno tentato di separarci per sempre. Noi, invece, scegliamo di restare insieme. Ci hanno circondati di morte, e noi scegliamo la vita. Immagino una casa piena di risate. Immagino dei figli, se Dio vuole. Immagino le cene del venerdì, una casa vivace, la famiglia riunita attorno al tavolo, Nuni che corre in giro e io e Matan che invecchiamo insieme. Possono sembrare sogni comuni. Per me sono straordinari. Perché, dopo tutto quello che abbiamo vissuto, costruire una famiglia e dare vita a qualcosa di nuovo è forse la vittoria più potente che riesca a immaginare”.

Si è battuta a lungo per un accordo sugli ostaggi. Pensa che si sarebbe potuto raggiungere prima?

”Questa è una delle domande più dolorose che porto dentro di me. Ho combattuto pubblicamente per molto tempo perché sapevo una cosa che forse solo chi ha vissuto la prigionia può comprendere appieno: per un ostaggio, ogni singolo giorno conta. Un giorno in più senza cibo a sufficienza. Un giorno in più senza cure mediche. Un’altra notte di paura. Un altro giorno in cui può accadere qualcosa di irreversibile. Ecco perché, durante tutta questa battaglia, la mia posizione è sempre stata incentrata su un unico punto: riportare a casa gli ostaggi doveva rimanere una priorità assoluta. Si continuerà a discutere di negoziati, decisioni, opportunità e responsabilità, e tali questioni meritano un esame approfondito. Ma per me, questo non è un dibattito politico astratto. Ha dei nomi. Ha dei volti. Ha il volto di Matan. So cosa significhi trascorrere anche solo una notte in più in prigionia. Perciò, ogni volta che si discute se qualcosa si sarebbe potuto fare prima, penso al significato umano della parola “prima”. “Prima” significa meno notti trascorse nel sottosuolo. “Prima” significa meno madri in attesa che il telefono squilli. “Prima” significa meno famiglie che si chiedono se il proprio caro sia ancora vivo. E a volte “prima” può fare la differenza tra riportare a casa una persona per la riabilitazione e riportarla a casa per la sepoltura. Ecco perché continuerò sempre a credere che, quando sono in gioco vite umane, il tempo non possa mai essere considerato una risorsa di cui disponiamo in abbondanza”.

Come immagina il futuro? In che modo la sua idea di futuro, di pace e di convivenza è cambiata dopo il 7 ottobre?

”Prima del 7 ottobre, il futuro sembrava qualcosa di scontato. Lavori, ti innamori, fai progetti e dai per scontato che il domani arriverà. Non lo do più per scontato. Il 7 ottobre ha cambiato il mio modo di concepire la sicurezza, la fiducia e la pace. Non posso parlare di pace fingendo che il 7 ottobre non sia mai accaduto. Non posso parlare di convivenza ignorando il terrorismo, i rapimenti, la violenza sessuale e l’uccisione di persone innocenti. E credo che il mondo debba essere in grado di chiamare il terrorismo con il suo nome. Hamas è un’organizzazione terroristica. Non si può costruire un futuro migliore accettando il terrorismo come forma legittima di governo o giustificando la violenza contro i civili in nome di qualsiasi causa. Tuttavia, dopo tutto ciò che ho vissuto, mi rifiuto anche di credere che l’odio debba rappresentare il nostro futuro. Voglio un mondo in cui nessuno abbia paura di mostrare la propria religione, in cui nessuno venga giudicato per il colore della pelle o per le proprie convinzioni. Un mondo in cui ogni bambino – ebreo, musulmano, cristiano o di qualsiasi altra fede – possa crescere al sicuro. Dove le donne siano protette e non usate come armi di guerra. Dove nessuna madre – israeliana, palestinese o di qualsiasi altra parte del mondo – debba mettere a letto il proprio figlio temendo ciò che il mattino porterà con sé”.

Cosa va cambiato a suo avviso? La pace è ancora possibile?

”Se vogliamo davvero cambiare il futuro, dobbiamo partire dai nostri figli. L’istruzione ha un potere enorme. Le scuole dovrebbero essere luoghi in cui i bambini imparano la dignità, la tolleranza e il rispetto per la vita umana, non l’odio. Credo che i sistemi educativi nelle aree di conflitto necessitino di una supervisione seria e indipendente, per garantire che ciò che viene insegnato fornisca ai bambini gli strumenti per la convivenza, anziché generare un’altra generazione di violenza. Non voglio che i miei futuri figli imparino dove nascondersi prima ancora di imparare a sognare. Per me, la pace non è più solo un bello slogan. La pace richiede sicurezza. Richiede responsabilità. Richiede istruzione. E, soprattutto, richiede di riconoscere l’umanità della persona che si trova dall’altra parte. Ciò che mi è accaduto ha lasciato ferite che probabilmente mi accompagneranno per il resto della mia vita. Ma mi rifiuto di lasciare che l’odio sia l’unica cosa che il 7 ottobre mi lasci dentro. Se permetto a chi mi ha rapito di stabilire quanta umanità mi sia rimasta, allora continueranno a tenere prigioniera una parte di me. Voglio qualcosa di diverso. Voglio che cresciamo una generazione di bambini che ereditino le nostre storie, ma non il nostro odio”.

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