“Sì, c’è una possibilità di tornare ai negoziati, ma il ritorno al tavolo dipende soprattutto dalle azioni degli Stati Uniti“. Lo afferma in un’intervista all’Adnkronos Afifeh Abedi, analista del Centro per la Ricerca Strategica di Teheran, legato al Consiglio del Discernimento, dopo i contatti a margine dell’Assemblea Generale dell’Onu che sembrano aver aperto nuovi spiragli nelle trattative tra Teheran e Washington. Nei giorni scorsi, infatti, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha avuto colloqui indiretti con l’inviato americano Steve Witkoff e con Jared Kushner, con la mediazione del Qatar, e ieri Araghchi ha incontrato nuovamente i mediatori qatarioti. Teheran, ha spiegato il ministro, è ora in attesa della risposta americana alle proposte per riaprire lo Stretto di Hormuz, mentre il dossier nucleare resta il principale punto di distanza tra le due parti. Araghchi ha ribadito che su questo tema Teheran non intende fare passi indietro né mostrare flessibilità.
Proprio Hormuz e nucleare sono, secondo Abedi, i due dossier centrali di un eventuale nuovo negoziato. “Il livello e la portata dell’arricchimento, le scorte di uranio, il monitoraggio e le ispezioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e il futuro delle infrastrutture nucleari iraniane probabilmente resteranno al centro di qualsiasi negoziato”, spiega l’analista. Il terzo nodo è quello delle sanzioni e delle modalità della loro revoca.
Secondo Abedi, l’Iran mantiene una propensione alla diplomazia nonostante la profonda sfiducia accumulata nei confronti di Washington. “Per l’Iran il negoziato non è semplicemente uno strumento per gestire le pressioni economiche e ridurre il rischio di un conflitto più ampio, ma un percorso per creare spazio di manovra nella politica estera e raggiungere un accordo attraverso la costruzione reciproca della fiducia”.
Ma la questione, avverte l’analista, non è più semplicemente “negoziare o non negoziare, la domanda più importante è come assicurarsi che i negoziati non diventino ancora una volta uno strumento per un attacco a sorpresa e per la guerra”. Dal punto di vista iraniano, ricorda Abedi, negli ultimi due anni gli Stati Uniti hanno attaccato la Repubblica islamica tre volte “in momenti decisivi al tavolo dei negoziati”, alimentando la convinzione che il dialogo non rappresenti necessariamente una garanzia contro nuove azioni militari. Per questo, secondo Abedi, “l’Iran ha perso la fiducia nei negoziati con gli Stati Uniti“. Una sfiducia che rende più complesso qualsiasi nuovo accordo, anche nel caso in cui le due parti riuscissero a trovare un’intesa sui singoli dossier.
L’analista ritiene inoltre che Washington consideri ormai il dossier iraniano in una prospettiva più ampia, che comprende il programma nucleare, quello missilistico, i rapporti di Teheran con i suoi alleati regionali ed extra-regionali, in particolare Russia e Cina, e la posizione di Israele. “Gli Stati Uniti devono essere in grado di trovare una soluzione che separi la questione di un accordo con l’Iran dalla questione di Israele“, sostiene Abedi.
“Anche se i due Paesi raggiungessero un’intesa iniziale su una questione specifica, come il programma nucleare, altre controversie potrebbero nuovamente bloccare il processo”, aggiunge. Nonostante tutti questi ostacoli, conclude Abedi, “anche nel momento attuale l’Iran è favorevole ai negoziati e a un accordo”.