Gli sconti sui prezzi dei carburanti hanno un impatto indiretto sull’industria alimentare, seppure importante sui costi di produzione, tuttavia il settore chiede al governo e anche all’Europa di intervenire con misure di lungo respiro. A parlarne con l’Adnkronos è Mario Piccialuti, direttore generale di Unione Italiana Food,
Direttore Piccialuti, che effetti hanno sull’industria alimentare gli sconti sui prezzi dei carburanti?
“Sono misure utili ma fa riflettere il fatto che siano misure volontarie. Alcune aziende, tra cui l’Eni, hanno preso l’iniziativa di operare degli sconti sui prezzi dei carburanti per i cittadini e alcuni settori produttivi come l’agricoltura e la pesca, però non sono misure strutturali del governo. Noi le chiediamo non solo all’Italia, ma anche all’Europa. Il costo del carburante incide sul trasporto dei prodotti trasformati in quanto il 70% dei trasporti nazionali è su gomma perché abbiamo pochi porti attrezzati per la intermodalità, quindi se aumenta il carburante l’autotrasportatore rigira gli aumenti sulle imprese e il costo dei trasporti immediatamente si alza”.
Il caro carburante incide sui trasporti interni ma anche sull’export, in che misura?
“Il caro carburante incide fortemente anche sull’indice dei noli per le merci che vengono esportate: tutta la merce che arriva via nave ha costi che vengono influenzati dalle tensioni dello stretto di Hormuz. Ci approvvigioniamo di materie prime e di packaging ed esportiamo anche molto, quindi una nostra industria deve considerare il costo del trasporto sia per i prodotti finiti che rimangono nel mercato interno, sia in quelli che vanno nei mercati esteri”.
Quali sono i maggiori costi di produzione che le aziende del settore devono affrontare?
“La situazione è molto complessa e preoccupante: il settore dell’industria manifatturiera alimentare deve avere un orizzonte ampio, di medio lungo termine, ma senza interventi strutturali, a causa delle risorse che sono quelle che sono, come fa notare il ministro dell’Economia Giorgetti, le aziende navigano a vista. Unionfood rappresenta oltre 100 colossi di dimensione sovranazionale ma anche oltre 400 aziende di dimensione medio piccola e sono proprio queste che non ce la fanno perché hanno alti costi di lavorazione rappresentati al 50% dall’approvvigionamento delle materie prime. Inoltre, a cascata, i costi di produzione riguardano l’energia, il packaging, la logistica, il magazzinaggio, i trasporti e non ultimo i noli, oltre naturalmente al costo del lavoro”.
Inflazione in salita e consumi in calo, c’è il rischio stagflazione?
“C’è un clima di grande incertezza nelle industrie che deriva anche dall’incertezza del consumatore. Infatti, se l’inflazione generale, che a settembre abbiamo visto raggiungere il +4,2%, aumentasse ancora (si presuppone possa arrivare al +5% a fine anno) questo aumento potrebbe far aumentare la preoccupazione dei consumatori negli acquisti di prodotti alimentari e far scendere ancora i consumi, nonostante i prezzi alimentari siano in deflazione al supermercato (- 0,4%). Quindi si verrebbe a generare una situazione di stagflazione, cioè stagnazione dei consumi con inflazione generale (non quella alimentare). E questo è il più grande timore della nostra industria”.