Un vero e proprio “disegno nascosto” di Giotto emerge dalle pareti della Cappella Bardi della Basilica di Santa Croce a Firenze . È una delle principali novità emerse dal lungo restauro delle Storie di San Francesco, concluso dopo quattro anni di indagini scientifiche e interventi conservativi. Per la prima volta le incisioni, le linee preparatorie e i tracciati utilizzati dall’artista per costruire lo spazio sono stati oggetto di una mappatura digitale complessiva, permettendo di seguire la progettazione della scena direttamente sulla parete.
Ma non è l’unica scoperta, come è stato annunciato oggi durante una conferenza stampa. La pulitura della volta, rimasta in gran parte ai margini dei precedenti interventi, ha restituito dettagli prima illeggibili delle Virtù Francescane, in particolare dell’Obbedienza e della Castità. Il restauro ha inoltre reso più evidenti le differenze tecniche e stilistiche tra Giotto e gli altri pittori attivi nel cantiere, offrendo nuovi elementi per comprendere l’organizzazione della bottega e il ruolo della Cappella Bardi come luogo di sperimentazione delle novità che avrebbero segnato la pittura dei decenni successivi. E’ questa la nuova immagine del capolavoro che torna ora alla vista dei visitatori di tutto il mondo.
Il risultato più significativo riguarda la concezione dello spazio. Le scene non sono semplicemente dipinte sulle pareti, ma costruite attraverso una complessa architettura illusionistica che si sovrappone a quella reale della cappella. Giotto crea così una sorta di grande architettura dipinta, capace di unificare le diverse scene e di trasformare idealmente lo spazio reale in un grande ciborio. All’interno di questa struttura, gli episodi della vita di Francesco sono ambientati soprattutto in spazi chiusi, rappresentati frontalmente come grandi “scatole” aperte verso lo spettatore. La costruzione non è affidata soltanto alla pittura. Sull’intonaco sono ancora visibili incisioni e linee tracciate con corde imbevute di colore e poi battute sulla parete. Sono i segni di un progetto estremamente preciso, attraverso il quale Giotto stabiliva proporzioni, allineamenti e organizzazione dello spazio. Per la prima volta l’insieme di questi segni è stato digitalmente mappato. Il risultato consente di leggere in maniera organica una fase del processo creativo finora osservabile solo parzialmente: quella in cui lo spazio pittorico veniva progettato e costruito prima della realizzazione delle immagini. La mappatura offre quindi un nuovo strumento per studiare il metodo di lavoro del maestro e la straordinaria complessità della sua invenzione spaziale.
Il restauro conferma inoltre un dato noto agli studiosi, ma oggi più chiaramente leggibile: sul ponteggio, sotto il coordinamento di Giotto, lavorarono diversi pittori. Le differenze tecniche e stilistiche diventano ora più evidenti e forniscono nuovi elementi per comprendere la dinamica del cantiere. La Cappella Bardi appare sempre più come un incubatore di sperimentazioni, nel quale il linguaggio di Giotto venne sviluppato, adattato e trasmesso, contribuendo agli orientamenti della pittura dei decenni successivi.
Anche le tecniche utilizzate raccontano questa capacità di sperimentare. Giotto parte da una base a fresco, ma ricorre ampiamente alla pittura a secco. In questo modo può utilizzare una gamma più ampia di pigmenti, modificare gli effetti cromatici e spaziali e, allo stesso tempo, gestire con maggiore libertà i tempi del cantiere. Il restauro permette dunque di cogliere non soltanto il risultato finale, ma anche una parte del metodo operativo dell’artista.
Un’altra sorpresa arriva dalla parte alta della cappella. La volta era stata relativamente trascurata nei precedenti interventi. La nuova pulitura, condotta in alcuni punti anche con l’ausilio della tecnologia laser, ha recuperato la qualità figurativa delle allegorie delle Virtù Francescane. In particolare, Obbedienza e Castità riemergono con dettagli che in precedenza erano poco leggibili o addirittura fraintesi. La nuova leggibilità della volta modifica così anche la percezione complessiva del ciclo e restituisce maggiore forza al programma iconografico. È, in un certo senso, una parte della cappella che si presenta oggi quasi come un’immagine inedita.
Accanto alle scoperte visibili, il cantiere ha affrontato problemi meno appariscenti ma decisivi per la sopravvivenza delle pitture. Le indagini hanno consentito di individuare e consolidare le zone più fragili: fratture nelle pareti laterali, aree a rischio di caduta dell’intonaco, sollevamenti e distacchi della pellicola pittorica. Sono stati inoltre ridotti i fenomeni di degrado legati alla presenza diffusa di sali solubili. Sono stati rimossi depositi e materiali alterati e numerose vecchie stuccature sintetiche, risalenti al precedente restauro, sono state sostituite con impasti maggiormente compatibili con gli intonaci originali. Un lavoro in gran parte invisibile al visitatore, ma essenziale per garantire la conservazione del ciclo.
Particolarmente complesso è stato anche il problema della leggibilità dell’immagine. Le pitture presentano grandi lacune, numerose abrasioni e una quantità impressionante di piccole mancanze: circa cinquemila. Per affrontarle i restauratori hanno utilizzato metodologie differenti a seconda delle caratteristiche delle singole aree. L’obiettivo non è stato ricostruire artificialmente ciò che è andato perduto, ma recuperare, dove possibile, la continuità della lettura figurativa mantenendo riconoscibili le tracce della storia dell’opera. Il nuovo equilibrio consente oggi di percepire più chiaramente l’insieme senza cancellare le ferite accumulate nei secoli.
La storia della conservazione della Cappella Bardi è lunga e complessa. Nei primi decenni del Settecento le pitture furono ricoperte da una scialbatura a calce. La loro riscoperta avvenne nel 1851, con il restauro di Gaetano Bianchi. Un nuovo importante intervento arrivò un secolo dopo, tra il 1957 e il 1959, quando Leonetto Tintori lavorò sotto la guida del soprintendente Ugo Procacci. Il nuovo restauro non ha cercato di cancellare queste vicende. Al contrario, ha mantenuto leggibili le tracce delle diverse fasi conservative, distinguendole dalla pittura originale e restituendo al contempo maggiore unità alla lettura delle scene. Il ciclo racconta sei momenti cruciali della vita di San Francesco secondo la Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio, testo nel quale il santo viene presentato come alter Christus. Le scene rappresentano la rinuncia ai beni paterni, l’approvazione della Regola, l’apparizione al Capitolo di Arles, la prova del fuoco davanti al Sultano, la morte di Francesco e infine l’apparizione a frate Agostino e al vescovo Guido. La restituzione del ciclo acquista un particolare significato nell’anno in cui viene celebrato l’ottavo centenario del Transito di Francesco d’Assisi.
Il progetto è stato promosso dall’Opera di Santa Croce insieme all’Opificio delle Pietre Dure, che ha progettato e realizzato l’intervento, con il sostegno del Ministero della Cultura, della Fondazione Cr Firenze, di Arpai e di numerosi donatori privati. La campagna Giving4 Giotto ha accompagnato il restauro coinvolgendo persone e sostenitori da tutto il mondo. Tra i donatori figurano Veronica e Dominique Marzotto e William von Mueffling.
A presentare l’intervento sono stati Alessandro Tortorella, direttore del Fondo Edifici di Culto del ministero dell’Interno, Irene Sanesi, presidente dell’Opera di Santa Croce, Giovanni Bettarini, assessore alla Cultura del Comune di Firenze, Emanuela Daffra, soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure, padre Franco Buonamano, rettore della basilica, Carlo Sisi, membro del Cda della Fondazione Cr Firenze, e Dominique Marzotto, presidente di Arpai.
Il ritorno delle Storie di San Francesco non rappresenta però la conclusione degli studi. I dati raccolti durante quattro anni di indagini – dalle informazioni sui materiali alle tecniche esecutive, dalle condizioni degli intonaci alla mappatura delle incisioni – costituiranno una nuova base per approfondire uno dei momenti cruciali della storia dell’arte europea. Le conoscenze acquisite serviranno inoltre a monitorare nel tempo lo stato di conservazione delle pitture e a programmare eventuali interventi futuri.