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Dino Campana, il mistero del manoscritto cambia storia: ‘Soffici non lo perse, lo trattenne’

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Per oltre un secolo la scomparsa del manoscritto del “Più lungo giorno” di Dino Campana è stata raccontata come una perdita accidentale. Oggi una nuova ricerca sostiene invece che il pittore Ardengo Soffici lo avesse ritrovato già nel 1927, quando il poeta era ancora vivo, e che non lo abbia mai restituito a Campana. È questa la scoperta destinata a riaprire uno dei casi più controversi della storia letteraria italiana, pubblicata nel volume “Come lavora il genio. Il Villon ritrovato e altre scoperte nel 140° anniversario della nascita di Dino Campana”, curato da Leonardo Chiari e Walter Scarpi per il Centro Studi Campaniani “Enrico Consolini” di Marradi, in uscita per l’editore Tempo al Libro.

La nuova edizione raccoglie gli sviluppi delle ricerche avviate dopo il ritrovamento, annunciato l’11 maggio 2025, dell’esemplare personale delle Opere di François Villon appartenuto a Dino Campana. L’edizione parigina del 1910, rinvenuta dal ricercatore Leonardo Chiari, conserva annotazioni autografe, varianti e appunti finora sconosciuti, rivelandosi uno dei documenti più importanti per ricostruire il laboratorio creativo del poeta.

Il volume amplia il catalogo della mostra “Come lavora il genio”, allestita a Marradi nel 2025, e raccoglie quattordici saggi inediti dedicati alle più recenti scoperte. Tra queste, secondo Walter Scarpi, alcune “promettono di rivoluzionare paradigmi consolidati”. La più significativa riguarda proprio il destino del manoscritto del “Più lungo giorno”, consegnato da Campana nel dicembre 1913 a Ardengo Soffici e Giovanni Papini affinché ne favorissero la pubblicazione. Dopo il rifiuto di una proposta editoriale limitata ad alcuni estratti su “Lacerba”, Campana ne chiese invano la restituzione. Soffici sostenne per tutta la vita di aver smarrito il manoscritto durante un trasloco. Il testo sarebbe stato pubblicato con il titolo originale soltanto nel 1973, molti anni dopo la morte del pittore. La ricostruzione proposta nel saggio “La fine di un mistero”, firmato dal ricercatore Giovanni Cavagnini, mette però in discussione questa versione. Durante le ricerche confluite nel volume “L’ombra del matto. Mito e memoria di Dino Campana (1932-2025)”, Cavagnini ha individuato un testo finora ignorato dalla bibliografia campaniana italiana: l’antologia “Italian Authors of Today”, pubblicata a New York nel 1938 dallo studioso della Columbia University Peter Michael Riccio. Nel capitolo dedicato a Campana, Riccio racconta di aver rovistato, insieme ad altri studiosi, tra gli scaffali dello studio di Soffici a Poggio a Caiano, imbattendosi nel manoscritto originale che stavano leggendo quando il pittore entrò nella stanza. Due dettagli descritti dall’autore – una citazione di Frirdrich Nietzsche e una di Soffici presenti sulle pagine – risultano assenti dai “Canti Orfici” pubblicati ma compaiono esclusivamente nel manoscritto del “Più lungo giorno”. Un particolare che, secondo Cavagnini e Scarpi, rende identificabile senza equivoci il documento.

“Dall’incrocio dei carteggi fra Prezzolini, Papini e Soffici – osserva Walter Scarpi – si può desumere che quegli incontri con Riccio risalgono al 1927 e al 1933″. Se così fosse, il manoscritto sarebbe stato ritrovato almeno cinque anni prima della morte di Campana, smentendo la ricostruzione tradizionale secondo cui sarebbe riemerso soltanto negli anni Sessanta o, ufficialmente, nel 1971.

Non solo. Riccio ricorda anche un viaggio in automobile con Carlo Carrà e Ardengo Soffici nei pressi del manicomio di Castel Pulci, dove Campana era ricoverato. Carrà propose di andare a trovare il poeta, ma Soffici si oppose, sostenendo che la visita avrebbe potuto riaprire ricordi dolorosi. Per Scarpi, questi elementi finiscono per aggravare le responsabilità morali del pittore: “La leggenda del manoscritto perduto deve essere sostituita dalla storia di un manoscritto recluso, celato, trattenuto”. Una ricostruzione che, se confermata, imporrebbe di aggiornare la biografia del poeta e la stessa narrazione della vicenda nelle antologie scolastiche.

Il volume affronta anche altri nodi centrali dell’opera campaniana, tra cui l’origine del titolo “Il più lungo giorno”, tema affrontato da Stefano Drei, e propone nuovi documenti per comprendere la genesi dei Canti Orfici. Leonardo Chiari presenta integralmente gli autografi rinvenuti nel Villon, mentre Gianni Turchetta ripercorre quarant’anni di studi dedicati al poeta. Trovano inoltre spazio l’inedita tesi di laurea di Franco Matacotta, ricca di testimonianze raccolte da Sibilla Aleramo, e contributi di Alberto Petrucciani, Filippo Milani, Luigi Weber, Stefano Fumagalli e dello stesso Walter Scarpi.

In occasione della presentazione del volume, oggi nella sede del Gabinetto Vieusseux di Firenze, è stato inoltre annunciato il consiglio di amministrazione della Fondazione “Marradi Cultura – Dino Campana”, istituita dalla Regione Toscana per valorizzare la figura e l’opera del poeta. E’ composto da Riccardo Nencini, storico, scrittore, presidente del Gabinetto Vieusseux di Firenze, eletto alla presidenza, da Simone Magherini, docente di letteratura italiana, e da Franco Masotti, operatore culturale. (di Paolo Martini)

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