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De Pizzo: “L’Atlantico è tornato il centro della storia. E l’Europa rischia il vassallaggio”

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C’è un luogo che per decenni abbiamo dato per scontato. Era il mare del Piano Marshall, della Nato, delle rotte commerciali, della protezione americana sull’Europa, della promessa che l’Occidente fosse una comunità politica prima ancora che un’area geografica. Poi lo sguardo si è spostato altrove: verso il Pacifico, Taiwan, il Golfo, la Cina, il Medio Oriente. Eppure, secondo Mario De Pizzo, giornalista del Tg1 e Nonresident Senior Fellow dell’Atlantic Council, è proprio lungo l’Atlantico del Nord che si gioca di nuovo la partita decisiva del secolo.

È la tesi di Tempesta. Reykjavík, Brest, New York, Rabat e la nuova battaglia per l’Atlantico, il saggio pubblicato da Luiss University Press con prefazione di Giampiero Massolo. Il libro sarà presentato il 6 luglio alle ore 18 al Centro Studi Americani, con Massolo, Giuliano Amato, Luiza Bialasiewicz, Jorn Fleck e Lavinia Spingardi. Non è un libro solo sull’Atlantico come spazio marittimo. È un libro sull’Occidente dopo la fine dell’Occidente come lo abbiamo conosciuto: più fragile, più diviso, meno sicuro della protezione americana, esposto alla pressione russa, alla penetrazione cinese, alle minacce ibride, alla vulnerabilità delle sue infrastrutture e al ritorno della logica della forza.

De Pizzo costruisce il racconto attorno a quattro città. Reykjavík è la porta dell’Artico e il cuore della deterrenza sottomarina. Con lo scioglimento dei ghiacci, il Grande Nord diventa una frontiera economica e militare: nuove rotte, nuove risorse minerarie, nuove ambizioni strategiche. Sotto quelle acque si muovono sottomarini americani, russi, cinesi, francesi e britannici.

Brest è il laboratorio europeo della deterrenza. La base francese dei sommergibili nucleari diventa il punto da cui misurare una domanda che dal 2022 ronza, anzi rimbomba nelle nostre orecchie: l’Europa può davvero difendersi da sola? La risposta non è rassicurante. L’autonomia strategica europea non si costruisce con gli slogan, perché la difesa del continente resta profondamente dipendente da tecnologia, armamenti e protezione americana. Il tema non è solo politico ma tecnico: dalla legislazione “Itar” alla possibilità per Washington di limitare l’uso di armi con componenti americane, il libro mostra quanto sia difficile essere sovrani se non si controllano le tecnologie essenziali della propria sicurezza.

New York è la capitale del multilateralismo in crisi. Le Nazioni Unite sono il simbolo di un ordine nato per contenere la forza attraverso il diritto, ma oggi sempre più paralizzato. Il punto più interessante del libro è che De Pizzo non legge la crisi solo come effetto della guerra russa all’Ucraina o dell’ascesa cinese. La collega anche alla trasformazione americana: l’America First di Donald Trump, il ritorno di una logica di sfere d’influenza, il “corollario Trump” alla Dottrina Monroe, in cui l’emisfero occidentale viene ristretto al continente americano e l’Europa rischia di essere vista non come alleata, ma come dipendenza.

Rabat, infine, è forse la prospettiva più originale del libro. Il Marocco non è raccontato soltanto come partner commerciale o Paese nordafricano stabile, ma come laboratorio di un “Atlantico allargato”. La Royal Atlantic Initiative, i porti di Tangeri Med e Dakhla, le connessioni energetiche e digitali, l’ambizione di offrire uno sbocco al Sahel verso l’oceano, fanno di Rabat un attore che usa la geografia come leva politica. È una “geografia aspirazionale”: il Marocco rivendica una vocazione atlantica e occidentale, ma allo stesso tempo dialoga con Cina, Golfo, Africa e Israele. Sta, per usare una formula del libro, “surfando” tra le linee.

Tra gli elementi più forti del saggio c’è anche la “battaglia sonora” degli abissi. Il cambiamento climatico non altera soltanto i ghiacci e le rotte, ma modifica temperatura, salinità e propagazione del suono negli oceani, rendendo più complesso il tracciamento dei sottomarini. La guerra sottomarina diventa così una guerra di ascolto, dati e algoritmi. L’intelligenza artificiale non è un dettaglio futuristico, ma lo strumento con cui riconoscere tracce deboli in ambienti sempre più caotici.

E poi ci sono le minacce più estreme: il Poseidon russo, drone sottomarino a capacità nucleare in grado di generare tsunamii; i sabotaggi ai cavi in fibra ottica; le navi che tagliano infrastrutture senza sparare un colpo; la guerra ibrida che danneggia economie, comunicazioni e sicurezza nazionale restando sotto la soglia del conflitto aperto. In questo quadro, anche il multilateralismo cambia forma. Se le grandi organizzazioni internazionali si bloccano, scrive De Pizzo, possono emergere forme di “multilateralismo dal basso”: la Great Green Wall africana, con i suoi ottomila chilometri di resilienza climatica, diventa un esempio concreto di cooperazione quando i trattati e i vertici non bastano più.

Il libro non è un requiem per l’Occidente, come scrive Massolo nella prefazione. È piuttosto una carta nautica per attraversare la tempesta. Ma la rotta non è più garantita.

Nel libro lei sostiene che, nonostante il focus degli ultimi anni sul Pacifico, il futuro dell’Occidente si giochi di nuovo lungo l’Atlantico. Perché?

Perché l’Atlantico è ancora l’architettura fondamentale dell’Occidente. Il mondo transatlantico vale ancora una quota enorme del Pil globale, è una rete di sicurezza, tecnologia, interessi economici, basi, rotte, infrastrutture. Il problema è che Trump non lo vede così. Nel mondo Maga l’Europa è spesso percepita come un insieme di Paesi che per decenni hanno beneficiato della protezione americana, potendosi costruire un welfare state mentre gli Stati Uniti pagavano la sicurezza. Ci vedono come free rider.

C’è poi una visione più profonda. Trump ragiona sempre più in una logica di grandi potenze, quasi da G2 con Xi Jinping. In questo quadro l’Europa diventa secondaria, un insieme di piccoli Stati, belli magari, ma non decisivi. È una forma nuova di Dottrina Monroe: l’emisfero occidentale torna centrale, ma viene ristretto al continente americano. L’Europa, per una parte del mondo Maga, rischia di essere una propaggine. In certi casi, un insieme di vassalli.

Detto questo, il processo non nasce con Trump. La richiesta di burden sharing risale almeno a Obama: gli Stati Uniti dicevano già allora agli europei che il centro della competizione si stava spostando nel Pacifico e che l’Europa doveva assumersi più responsabilità. Il problema è che l’Europa è rimasta indietro, anche dal punto di vista economico e industriale.

Quindi la dipendenza europea dagli Stati Uniti non è solo politica, ma anche tecnologica e militare.

Trump ha bisogno dell’Europa anche perché gli Stati Uniti sono il primo fornitore di armi dei Paesi europei della Nato. Ma qui c’è una responsabilità grave dell’Europa: ha boicottato o lasciato fallire molti progetti comuni. Così si consegna quasi senza reagire a una dipendenza che invece andrebbe ridotta.

Non è possibile spezzare questa catena dall’oggi al domani. Senza la tecnologia americana, oggi la difesa europea non esiste. Ma proprio per questo bisogna iniziare a ridurre la dipendenza, con progetti coraggiosi, comuni e di lungo periodo. Per superare davvero la dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti servirebbero anni, forse cinque o dieci. Ma se non si comincia, l’alternativa è condannarsi al vassallaggio.

Il tema Itar è centrale. La legislazione americana consente a Washington di controllare l’uso di tecnologie militari esportate. E la possibilità di bloccare o limitare l’impiego di armi con componenti americane non è teorica. È accaduto anche con alcune armi fornite all’Ucraina: gli ucraini volevano colpire obiettivi in territorio russo, ma l’utilizzo di sistemi con tecnologia americana è stato negato. E questo non è avvenuto con Trump, ma con Biden. A volte basta la minaccia di un blocco per ottenere un risultato politico.

Brest, nel libro, è il luogo della deterrenza nucleare europea. La Francia può davvero diventare l’ombrello nucleare del continente?

Macron ha fatto un discorso molto significativo proprio alla base di Brest, dicendo di essere pronto a estendere la protezione nucleare francese ai Paesi europei. Ma lì si apre un problema enorme di dottrina. Sul nucleare decide una sola persona. Quindi la domanda è: chi decide, come e quando?

Ci sono Paesi che hanno aderito a questo ragionamento, l’Italia per esempio no. Ma soprattutto serve continuità politica. Macron può volerlo fare, ma nei prossimi anni si vota in Paesi fondamentali, compresa la Francia. E non è detto che chi verrà dopo di lui manterrà la stessa linea.

C’è poi un elemento molto interessante nella dottrina francese: l’ambiguità della definizione degli “interessi vitali” della nazione. In un’economia europea integrata, con minacce ibride e catene industriali comuni, un interesse vitale francese può trovarsi anche in territorio tedesco. Se per ipotesi fosse colpito uno stabilimento di un grande gruppo franco-tedesco in Germania, la Francia potrebbe considerarlo una minaccia ai propri interessi vitali? È qui che si vede la contraddizione europea: l’interdipendenza economica esiste già nei fatti, ma quando si tratta di proteggersi l’Europa fatica a riconoscersi come soggetto politico e a stabilire una legittimità comune della propria difesa.

Una delle parti più originali del libro è quella su Rabat. Perché il Marocco è così importante nella nuova geografia atlantica?

Perché noi continuiamo a parlare di Mediterraneo allargato, ma spesso guardiamo troppo verso l’Asia, verso la West Asia, come se tutti i nostri interessi fossero lì. In realtà, per l’Italia il primo interesse resta la stabilizzazione del Nord Africa: flussi migratori, energia, sicurezza, Libia, Algeria. C’è uno strabismo autolesionista. Aver rinunciato alla costruzione di architetture di sicurezza per il Nord Africa è stato un errore enorme, legato anche alla difficoltà di rapporto tra Italia e Francia. I litigi tra Roma e Parigi hanno lasciato spazio ad altri attori, dalla Turchia all’Egitto.

Il Marocco invece ha un’idea molto chiara di sé. Luiza Bialasiewicz la chiama “geografia aspirazionale”: Rabat dice di avere una vocazione atlantica e occidentale, di essere affidabile, diversa dai vicini, ma allo stesso tempo capace di dialogare con tutti. Con gli Stati Uniti, con l’Europa, con la Cina, con i Paesi del Golfo, con Israele. Hanno sottoscritto gli Accordi di Abramo, ricevono investimenti dal Golfo, mantengono una capacità di muoversi tra le linee. È una forma di ambiguità strategica, ma molto efficace.

L’idea marocchina è usare una rete di porti — Tangeri Med, Nador, Dakhla — per diventare una piattaforma tra Africa, Europa e Atlantico. Dakhla è particolarmente importante: l’obiettivo è costruire un grande porto e un retroporto dove iniziare a lavorare materie prime e terre rare del Sahel, invece di esportarle grezze come avviene quasi sempre in Africa. Da lì potrebbero raggiungere Europa e Stati Uniti. È una prospettiva economica e strategica notevole.

Certo, c’è il nodo del Sahara Occidentale, e c’è la rivalità con l’Algeria. L’Italia deve evitare che questa rivalità si acuisca troppo, perché noi siamo molto dipendenti dall’Algeria dal punto di vista energetico, ancora di più dopo l’addio al gas russo. È una partita delicatissima.

L’altra grande frontiera del libro è l’Artico. Che cosa sta cambiando davvero tra Groenlandia, Giuk Gap, sottomarini e nuove rotte?

Sta cambiando tutto. L’apertura delle rotte artiche trasforma la geografia strategica. La Russia pretende pedaggi e vuole che le proprie rompighiaccio accompagnino le navi in transito. La Cina ha già mostrato interesse concreto per quelle rotte. E quando inizieranno a muoversi stabilmente anche i sottomarini cinesi, il centro della deterrenza mondiale diventerà il Giuk Gap, il varco tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito.

Lì si incrociano sottomarini americani, russi, cinesi, francesi e britannici. Ma tutto il fianco sud-occidentale dell’Europa, Portogallo compreso, diventa parte di questa competizione. E lo stesso vale per il Marocco, perché tutto l’Atlantico del Nord è ormai uno spazio di competizione e potenziale conflittualità.

La minaccia russa agisce soprattutto al Nord ed è reale. Le petroliere e le navi russe si muovono anche nel Mediterraneo, raccolgono dati, osservano, testano le difese, tranciano cavi o minacciano infrastrutture. Il governo britannico si è rivolto più volte direttamente a Putin dicendo: sappiamo cosa fate, vi monitoriamo, non ve lo lasceremo fare.

Il problema è che la percezione del rischio è molto diversa. I Paesi del Nord aumentano la spesa militare e vivono la minaccia in modo diretto. La Norvegia ha livelli altissimi di spesa pro capite. Nei Paesi del Sud, invece, e in Italia in particolare, non ci rendiamo conto che un cavo tranciato nel Baltico è un danno anche ai nostri interessi.

E la Groenlandia? Il tema sembrava esploso e poi quasi scomparso.

Non è scomparso. Negli Stati Uniti si parla ancora di un possibile rinnovato interesse di Trump per la Groenlandia nei prossimi mesi. Il Canada, con Mark Carney, ha mostrato un’assertività importante nel contenere Trump, e io credo che in questo momento sia una grande opportunità per l’Europa fare fronte comune con Ottawa. Carney ha detto che l’ordine liberale potrà essere ricostruito anche grazie alla tenuta dell’Unione europea. È un segnale politico rilevante.

Quanto alla Groenlandia, quei pochi soldati inviati da Paesi Nato sono stati irrisi, ma hanno prodotto una deterrenza di fatto. Hanno segnalato che quel territorio non è semplicemente a disposizione. Poi è chiaro che gli Stati Uniti hanno strumenti enormi, anche in virtù degli accordi di difesa esistenti. Ma la Danimarca ha cambiato postura: come la Svezia dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ha iniziato a ragionare in termini di sicurezza nazionale e di mobilitazione dell’intera società.

Il punto più generale è che viviamo in un mondo in cui, come dimostra anche Hormuz, molti attori possono imporre costi, ma nessuno riesce più davvero a imporre un ordine. È questa la tempesta. (di Giorgio Rutelli)

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